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✐ Il fantasma del nemico

Un ragazzo di 26 anni ha ucciso 13 studenti di un campus in Oregon. È la 264esima sparatoria del genere nel 2015.

Immagine da "Elephant" di Gus Van Sant

Immagine da "Elephant" di Gus Van Sant

Non si ha nemmeno la forza di leggere, approfondire, ascoltare la litania dolente del già sentito, fucili a pompa, pistole, giubbotti antiproiettile, bombe artigianali, armi tattiche da SWAT team, corpi di ragazzi sul selciato, sangue sui banchi, lungo i corridoi, scie di vie di fuga impossibili, occhi stravolti di genitori, amici e di quelli che per un pelo, e la biografia del “folle”, del killer, della scheggia impazzita, da far rientrare ad ogni costo nell’eccezione, nell’imprevedibile, nell’insondabile vertigine dell’animo umano, ignoto a noi stessi, non importa chi, cosa, come. Non importa nulla, se non il sangue e il senso che possiamo dare a questo sangue.

Meno di una settimana fa il papa davanti al congresso americano si era speso in parole chiarissime contro il commercio delle armi, applaudito dai più; Obama ne ha fatto la bandiera di una battaglia politica che sta inevitabilmente perdendo, lasciandoci la sola consapevolezza che nulla di queste sparatorie e ammazzamenti abbia a che fare col caso, ma siano ormai rito, male innervato e profondo, ormai entrato a far parte del nuovo stato di natura della società americana.

Le leggi potranno molto se mai qualcuno riuscirà a zittire i complici – dai rappresentanti del governo seduti nei luoghi del potere a certi media che speculano sulle paure della gente, riuscendo poi non si sa come a prender sonno la notte – ma non è una legge che potrà cambiare questo stato di cose. Serve un cambiamento profondo dei modi di pensare l’altro – il fantasma del nemico che qualcuno vede dietro ogni volto che non è il proprio, in una spirale regressiva spaventosa e imprevedibile.

A guardare i numeri impressionanti delle carneficine americane (il numero di “mass shooting”, le sparatorie come questa che contano più di 4 morti o feriti, solo nel 2015 è di 264) e il vigliacco sottoinsieme di quelle che hanno luogo nelle scuole (questa è la 45esima), abbiamo i contorni precisi di una guerra, un terrorismo interno che qualcuno dice di non poter combattere per non essere sopraffatti dal terrorismo “esterno”, per non morire del diverso da noi, l’altro, l’aggressore immaginario che non si manifesta mai e in assenza del quale, il caricatore, come una vescica piena, va svuotato dove capita.