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L’Artico è il fronte più caldo del riscaldamento globale

Lo scorso 23 giugno a Verkhoyansk, in Siberia, c'erano 38 gradi. È solo un esempio dei problemi dell'Artico, tra riscaldamento globale, competizione per le risorse e paradossi

Claudia Thaler/picture alliance via Getty Images

Il 23 giugno scorso a Verkhoyansk, una città del nord-est siberiano, mentre imperversavano incendi in tutta la regione, è stata registrata la temperatura record di 38 gradi Celsius, la più alta mai documentata nel circolo polare artico. Le prolungate ondate di caldo provocano ormai ciclicamente incendi sempre più intensi e duraturi: nella regione infatti le temperature stanno aumentando a più del doppio della velocità rispetto al resto del mondo. Come in una spirale senza fine, gli incendi accelerano il disgelo del permafrost, danneggiano i ghiacciai e rilasciano così tanta anidride carbonica da contribuire a loro volta ai processi di riscaldamento.

L’Artico è l’ultima parte inesplorata del pianeta e per certi versi sappiamo più cose riguardo alla superficie della luna di quante ne sappiamo a proposito del Polo Nord. Quando era soltanto una distesa di ghiaccio, nelle attività scientifiche che vi si svolgevano, prevaleva la cooperazione internazionale e per molto tempo è stata considerata un territorio neutro; ma ora che le temperature sono in aumento, lo spirito di cooperazione si sta sfilacciando e i più grandi attori del mondo guardano quella regione come una nuova terra in palio, tanto che il segretario di Stato americano Mike Pompeo l’ha definita “un’arena per il potere e la concorrenza”.

Se da una parte si cerca di giungere ad accordi internazionali sul contenimento delle emissioni; dall’altra, sempre più bisogni e interessi sono fonte di divisione tra i vari Paesi. Lo scioglimento dei ghiacci, infatti, sta facendo emergere, oltre alle terre e a nuove rotte di navigazioni, anche una serie di contraddizioni relative a come si sta affrontando il problema dei cambiamenti climatici. A questo proposito, gli studiosi parlano proprio di “paradosso Artico”, riferendosi a come la necessità di cooperazione per preservare il fragile ecosistema e il degrado ambientale in una regione di importanza centrale per il clima globale rischia di essere accantonata per far spazio al perseguimento delle opportunità economiche derivanti da un Artico sempre più libero dai ghiacci.

Con lo scioglimento della calotta glaciale dell’Artico si aprono nuove rotte commerciali. Apparentemente questo potrebbe non essere un male: ad oggi, circa il 90% di tutte le merci nel mondo viene trasportato via mare. Le nuove rotte, quindi, potrebbero collegare il nord Europa alla Cina senza passare per il canale di Suez risparmiando un sacco di chilometri e quindi di inquinamento. Dall’altra parte, però, provocherebbero un incremento del traffico in quelle zone dove l’inquinamento accelera molto di più i processi di riscaldamento. Quasi tutte le navi container funzionano con combustibili fossili: la fuliggine che rilasciano annerisce il ghiaccio e il nero attira di più il calore. Senza parlare del rischio di incidenti e degli effetti che potrebbero esserci in una zona simile con navi che trasportano petrolio.

La regione Artica, inoltre, è ricca di risorse e i tentativi per accaparrarsele alimentano sempre maggiori tensioni internazionali. Solo per quanto riguarda il petrolio e il gas naturale, si stima che i territori del circolo polare artico conservino circa un quarto delle riserve di tutto il pianeta. A questi, vanno aggiunti i minerali rari, l’uranio, l’oro, i diamanti e un enorme quantità di pesce. Le cifre di tale ricchezza sono da capogiro, e comprensibilmente hanno attirato l’attenzione dei governi che gravitano attorno alla regione. 

La maggior parte delle navi che operano nell’Artico battono bandiera russa, e i leader del Paese prevedono di investire decine di miliardi di dollari nei prossimi anni per potenziare l’attività di navigazione polare. Nel suo discorso alla sessione plenaria del quinto Forum internazionale sull’Artico, il presidente russo Vladimir Putin ha detto che la regione Artica rappresenta circa il 10% di tutti gli investimenti nazionali. Ma la Russia non è la sola. Anche Finlandia, Norvegia, Svezia, Danimarca, Stati Uniti e Canada stanno avviando importanti investimenti infrastrutturali nelle rispettive zone artiche e hanno avanzato le proprie rivendicazioni territoriali su parte del Mar Glaciale Artico. Perfino la Cina, che non ha pretese territoriali sulla regione, ha sottoscritto una serie di progetti di sviluppo per trovarsi in prima linea nell’attività di estrazione e sfruttare quella che è stata definita “la nuova Via della Seta polare”.

Qui i paradossi sono evidenti: da una parte, l’obiettivo prioritario – la riduzione delle emissioni – rischia di essere accantonato per far spazio alla competizione per le risorse, con il rischio che i territori potrebbero ritrovarsi militarizzati, deteriorando progressivamente la cooperazione internazionale. Ma soprattutto, i maggiori responsabili di questa catastrofe potrebbero essere coloro destinati a trarre i maggiori vantaggi da un mondo che si sta surriscaldando. Lo scioglimento dei ghiacci artici è in larga misura causato dal consumo dei combustibili fossili eppure, ironia della sorte, le compagnie petrolifere e minerarie potrebbero godere i benefici di una nuova ondata di sviluppo che interesserebbe tutto il nord del pianeta. 

Le popolazioni che abitano questi territori, invece, nonostante vivano lontano dalle fonti inquinanti e abbiano un’impronta di carbonio molto bassa, sono le più a rischio. Ma anche da parte loro, come traspare da un documentario della Thomson Reuters Foundation, non mancano aspetti e comportamenti contraddittori.

La ricchezza delle risorse ha messo la comunità indigene che abitano l’Artico, circa 4 milioni di persone, di fronte a una scelta: gli accordi petroliferi e minerari si traducono in denaro e posti di lavoro, oltre che in infrastrutture e servizi – ospedali, scuole, strade più sicure – e proposte così allettanti provocano inevitabilmente divisioni all’interno della comunità. È quello che è successo a Utqiaġvik e Kaktovik, due cittadine dell’Alaska abitate dalla comunità degli Inupiaq, ma è destinato a succedere altrove e sempre più spesso: i nativi ottengono compensazioni in denaro e la proprietà di alcune terre, e intanto le raffinerie crescono e si espandono. Eppure, nonostante gli orsi polari ormai invadano le loro città poiché il loro habitat è scomparso a causa dei cambiamenti climatici e nonostante gli stessi territori di caccia utilizzati dai nativi siano a rischio (l’80% del cibo che queste popolazioni consumano viene dalla caccia), molti degli esponenti favorevoli allo sfruttamento petrolifero mettono in dubbio le cause del cambiamento climatico.

È la solita scelta tra un guadagno presente e un beneficio futuro, tra miopia e lungimiranza.  Per affrontare le problematiche scaturite dai cambiamenti climatici non esistono ricette pronte, né ci si può affidare alla speranza secondo cui l’economia verde potrà risolvere i problemi in atto causati dal consumo dei combustibili fossili. Così facendo infatti si rischia di incorrere in un ulteriore paradosso, il più discusso quando si parla di riscaldamento globale: il “paradosso verde”. Ci sono molte ragioni per credere infatti che un aumento delle energie rinnovabili non porterà a una riduzione del consumo di combustibili fossili. 

L’idea comune è che il mercato, esaurita una risorsa, ne trovi un’altra che possa sostituire la vecchia – come le rinnovabili dovrebbero fare con l’energie fossili. Ma guardando i dati ci si rende conto che ciò non sta avvenendo. L’economia globale di fatto non sta usando energia solare, eolica e geotermica per eliminare gradualmente i combustibili fossili, ma piuttosto per incrementare il consumo energetico complessivo.

Come spiega il sociologo Richard York nel suo saggio del 2017 Why petroleum didn’t save the whales, il motivo è da ricercare nella natura stessa della tecnologia e cioè nel fatto che, da sempre, tecnologie e innovazioni vengono utilizzate non per sostituire quello che già abbiamo ma per creare nuovi mercati in modo da favorire l’accumulo di ricchezza. Un esempio viene dalla storia: quando il petrolio è stato scoperto, si sarebbe potuto usarlo per sostituire l’olio di balena. Eppure la popolazione di balene non ha smesso di venire cacciata e decimata.