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La lingua batte dove non batte il sole: guida a come si parla mentre si fa sesso

Un buon eloquio non basta a risolvere la questione dei registri linguistici usati nell’intimità: ci si trova spesso a barcamenarsi fra un linguaggio greve, clinico, talvolta botanico quando si cerca di esprimere i propri gusti o desideri erotici. Eppure, se l'intenzione è scritta, il linguaggio è fondamentale

Photo di Taras Chernus via Unsplash

Nella mia cerchia di amici sono conosciuta come grammar nazi: sono capace di farmi odiare per la mia propensione a correggere chi sbaglia verbi, preposizioni, sintassi, accenti, dizione e questa mia tendenza si riflette quasi inevitabilmente anche nella sfera sessuale.

Se volete conquistarmi, parlatemi in italiano corretto e il mio animo prenderà fuoco come il tetto della cattedrale di Notre Dame.

Eppure un buon eloquio non basta a risolvere la questione dei registri linguistici usati nell’intimità: mi trovo a barcamenarmi in modo schizofrenico fra linguaggio greve (fra gli aneddoti che posso raccontare, quello di uno che mi disse “Ti apro come una cozza!” ora ci rido su, ma li per lì rimasi basita), linguaggio clinico (un esempio su tutti: cunnilingus o l’asettico “sesso orale”) e linguaggio botanico, infarcito di metafore tanto care a una certa letteratura erotica e pornografica (in questo specifico caso le vulve si trasformano in fiori, principalmente orchidee, che sbocciano e stillano piacere: Il delta di Venere di Anaïs Nin ne è pieno).

È come se non ci fosse una sintesi tra questi registri e spesso sono tutti e tre capaci di far colare a picco la libido.
Sebbene mi piaccia il dirty talking, talvolta mi imbarazza perché certe espressioni o parole mi fanno inorridire o mi mortificano. Si tratta di un mio limite e non dico che debba essere condiviso; la mia riflessione non è infatti una critica all’uso delle parolacce nel sesso, piuttosto una considerazione sul fatto che non ci sia una sorta di linguaggio intermedio, franco, per poter esprimere pulsioni e piacere.

Mi sono resa conto che le nostre fantasie sessuali sono inversamente proporzionali alla varietà di termini che abbiamo a disposizione per descriverle.
È come se questo tabù sulla sessualità avesse annichilito il linguaggio: alle persone a cui piace fare sesso e parlarne non resta che esprimere il desiderio tramite espressioni grevi, che talvolta sfiorano il parossismo.

La nostra creatività romantica si è fermata a “fare l’amore”: ho come l’impressione che dopo non siamo riusciti a inventarci di meglio, con tutte le ambiguità del caso.
Il linguaggio ha influenzato le fantasie e viceversa, le immagini sono forti tanto quanto le parole, basta andare a fare un giro su un qualunque sito di pornografia in streaming.
Forse dovremmo reinventare anche la nostra idea di romanticismo e smetterla di pensare che il sesso romantico equivalga esclusivamente a carezze e sorrisi, all’uso di frasi smielate, perché magari dirsi “scopiamo forte!” pare brutto.

Il fatto è che non abbiamo le parole per esprimere le nostre voglie o forse non ne abbiamo abbastanza.
Alcuni termini che usiamo nell’intimità sono considerati “sporchi” perché a un certo punto della Storia il sesso è stato raccontato principalmente come una serie di comportamenti impuri di cui vergognarsi o da mettere in pratica solo al fine di perpetuare la specie, un atto dovuto dal quale non trarre alcun piacere.
In questo senso la beffa più o meno consapevole, più grande e grottesca, è quella di invocare Dio, Gesù e/o la Madonna: “Oh, Cristo, godo!” (accostare Gesù al godimento sessuale può essere considerata un’antitesi? O trattasi di bestemmia?).

Quando il linguaggio sessuale non è zozzo, c’è invece il rischio di una deriva clinica che – pur essendo appropriata in un corso di anatomia o sessuologia – durante il sesso non è il massimo e rischia di raffreddare gli animi come se fossimo in una camera mortuaria.

Per quanto riguarda la letteratura, la parodia del canale Telegram M legge un porno sembra più verosimile di una pretenziosa narrativa erotica, con in più il pregio di fare ridere volutamente.
Se è vero che c’è gente che quando fa sesso non parla, trovandosi a proprio agio nell’ansimare e gemere, il problema si pone quantomeno nel sexting: se l’interazione è scritta, il linguaggio è fondamentale. Va bene lo scambio di foto e video, ma ci sarà comunque un momento in cui ci si dovrà parlare, fare delle richieste, esprimere dei desideri. Cosa diciamo? Usiamo il metodo lapidario di Grindr: “A o P?” e poi daje de foto di genitali?
“Po’ esse”(cit.)

Ritengo che per sdoganare il linguaggio correlato al sesso sia innanzitutto necessario “normalizzare” l’argomento per aiutare, da una parte, a cancellare quest’aura di presunta e discutibile sacralità, rendendolo alla portata di ciascuno, dall’altra, trasformarlo in un tema come tanti altri su cui confrontarsi. Ognuno imparerà a conoscere i propri limiti e decidere cosa dire e come, ma intanto una spinta verso l’uscita dall’ombra potrebbe aiutarci a cambiare la terminologia.

Finalmente potremo parlare liberamente di quello che ci piace senza sembrare infoiati o al contrario studenti di medicina, non saremo più costretti a sfoderare le nostre competenze di giardinaggio per parlare di amplessi e corpi.

Per ora accontentiamoci di questa lingua ibrida, fatta di oscenità e anatomia applicata all’eros, dove la tenerezza si deve fare spazio tacendo.

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