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John Kerry VS il riscaldamento globale, l’intervista esclusiva di Rolling Stone

Il Segretario di Stato americano parla dei danni del riscaldamento climatico e di cosa bisogna aspettarci dal summit sul clima delle Nazioni Unite di questi giorni

Foto U.S. Department of State, Wikipedia

Foto U.S. Department of State, Wikipedia

In un piovoso giorno di metà novembre, il Segretario di Stato John Kerry era sul ponte della USS San Antonio, una nave all’avanguardia progettata per inviare in missione fino a 800 Marines con elicotteri e altri mezzi da sbarco. Dal ponte, Kerry godeva di una vista privilegiata della Stazione Navale di Norfolk, la più grande base navale del mondo: portaerei a sinistra, navi da guerra a destra, un panorama di pura potenza militare – panorama che si sta velocemente inabissando, a causa dell’innalzamento delle acque nella baia di Chesapeak.

Come hanno riferito a Kerry gli ufficiali della marina durante un briefing informale a bordo della San Antonio, la base è molto vulnerabile all’innalzamento del livello del mare. Le strade che collegano la base alla città di Norfolk, in Virginia, vengono inondate già durante le tempeste particolarmente forti. Con l’alta marea l’acqua s’innalza sopra le dighe marittime, minacciando le infrastrutture portanti e inondando le costruzioni. Kerry, con indosso un completo blu e una cravatta rosa-arancio, ha chiesto agli ufficiali quanto sarebbe durata la base, secondo le stime. «Dai venti ai cinquant’anni» gli ha risposto il Capitano J. Pat Rios.

C’era stata una breve ma percettibile pausa tra gli ufficiali della marina e quelli del Dipartimento di Stato presenti sul ponte. Era un momento eccezionale negli annali della storia militare americana: un capitano della Marina degli Stati Uniti aveva appena detto al Segretario di Stato che quella base, così importante dal punto di vista strategico, sede di sei portaerei e punto chiave per operazioni in Europa e in Medio Oriente, sarebbe diventata praticamente inutilizzabile nel giro di 20 miseri anni. Certo, si potrebbero rinforzare le dighe marittime per un po’ di tempo. E anche alzare le strade. Ma senza un massiccio investimento di miliardi di dollari per fortificare e innalzare la città di Norfolk, oltre che le strade e le linee ferroviarie che la collegano alla regione circostante, la base è spacciata.

Kerry ha posto qualche domanda in più sulle misure adottate per guadagnare tempo, ma non sembrava agitato. Forse perché la visita di quel giorno costituiva un breve diversivo dall’incubo della situazione in Siria e Medio Oriente, che tre giorni dopo sarebbe diventata ancora più spaventosa con gli attacchi terroristici di Parigi in cui 130 persone hanno perso la vita. Ma soprattutto, i problemi della base navale non erano una novità per Kerry. Sono anni che parla delle conseguenze che il cambiamento climatico può avere per la sicurezza del Paese. Ma ora, la realtà si sta mettendo al passo con lui. Studi recenti hanno dimostrato che la guerra in Siria è stata con ogni probabilità inasprita da siccità e carestie. L’ondata di rifugiati che sta invadendo l’Europa sta offrendo al mondo uno scorcio su quello che accadrà se il globo continuerà a surriscaldarsi. L’Artide che va sciogliendosi in fretta, con le sue ricche riserve di carburanti fossili, oggi è diventato il paese dei balocchi per Russia e Cina. Nessuno ha saputo mettere insieme tutti questi elementi meglio di John Kerry. Nella sua mente, il difficile futuro della Stazione Navale Norfolk, il caos dei rifugiati in Europa, l’ascesa del terrorismo islamico e l’esasperante conflitto in Siria sono tutti accelerati e resi più complessi dal fallimento delle politiche per ridurre l’inquinamento atmosferico e minimizzare gli effetti del cambiamento climatico.

Come Segretario di Stato, Kerry ha raggiunto ottimi risultati, tra cui lo storico accordo sugli armamenti con l’Iran. Allo stesso tempo, ha fatto anche dei notevoli buchi nell’acqua, come il tentativo di mediare un trattato di pace nel Medio Oriente, fallito all’ultimo minuto. A 72 anni, Kerry ha un’energia e un desiderio di negoziare che sono impressionanti. Ai suoi assistenti piace far notare che ha percorso, in volo, quasi un milione di miglia da quando ha assunto la carica all’inizio del 2013. L’aristocratico distacco che gli ha impedito di fare colpo sulle masse nella campagna presidenziale del 2004, non è un ostacolo nel circuito diplomatico. «È nato per fare il Segretario di Stato,» dice Heather Zichal, assistente di vecchia data di Kerry che divenne la consigliera di Obama per il clima e l’energia durante il suo primo mandato da presidente.

John Kerry all'Università Balkh, foto di S.K. Vemmer, Wikipedia

John Kerry all’Università Balkh, foto di S.K. Vemmer, Wikipedia

Nella guerra sul clima, tuttavia, Kerry è un soldato dimenticato. Al Gore si è preso tutta la gloria (e gli sberleffi), mentre il Presidente Obama ci ha messo direttamente mano. Ma la verità è che nessuno ha fatto più di Kerry nelle trincee di questa battaglia. Ha partecipato alla lotta sin dalla prima Giornata della Terra, nel 1970, e da allora non si è fermato, prendendo parte attivamente ad ogni conferenza e incontro delle Nazioni Unite sul clima degli ultimi 30 anni. Lo avvantaggia il fatto di provenire da uno stato che ha a cuore l’ambiente come il Massachusetts, ma di sicuro il suo interesse nel cambiamento climatico non l’ha avvantaggiato politicamente – non ha rinunciato a parlarne quando si era candidato per la presidenza nel 2004, neppure quando i sondaggisti gli dicevano che si trattava di una mossa da incoscienti. Ha insistito molto sull’integrazione del Cap and Trade, il sistema di incentivi per le aziende che rispettano i limiti di emissioni di gas serra (e, a scapito del traballante appoggio di Obama, l’avrebbe anche ottenuto dei risultati, se non fosse che il suo amico Senatore John McCain, da sempre a favore delle misure contro il cambiamento climatico, si è dato alla macchia sulla questione dopo la sconfitta alle elezioni del 2008). Come Segretario di Stato, Kerry è stato uno dei primi a darsi da fare per lo storico accordo tra USA e Cina dell’anno scorso, in cui la Cina ha acconsentito a ridurre le emissioni di carbonio in maniera significativa spianando la strada per le negoziazioni sul clima dell’ONU. (Ho viaggiato in Cina per diversi giorni con Kerry, e sono rimasto sorpreso dal modo in cui lui iniziava ogni meeting, quale che fosse l’argomento o gli ufficiali cinesi presenti: qualche minuto sull’emergenza del cambiamento climatico.)

Dopo la visita alla base di Norfolk, Kerry ha tenuto un discorso alla Old Dominion University, con cui ha cercato di riassumere i collegamenti tra cambiamento climatico e sicurezza nazionale. «Il punto è che gli effetti del cambiamento climatico possono inasprire la competizione per le risorse, e aumentare il rischio di instabilità e conflitti, soprattutto in luoghi già sottoposti a una forte pressione economica, politica e sociale» ha detto Kerry. «E poiché al giorno d’oggi ogni parte del mondo è connessa – sul piano economico, tecnologico, militare, in ogni maniera concepibile – una situazione di instabilità in qualsiasi Paese può essere una minaccia per la stabilità di tutti gli altri.» Il pubblico di Kerry non era composto solo da centinaia di dignitari della Virginia e studenti riunitisi all’Old Dominion, ma anche Repubblicani del Congresso che si stavano preparando a sviare le discussioni dell’ONU sul clima a Parigi, che sia Kerry che Obama considerano una svolta importante nella lotta contro il cambiamento climatico. A conti fatti, Kerry stava dicendo ai membri del Congresso che negano il fenomeno: se a Parigi le cose andranno male, i terroristi avranno vinto.

A Norfolk, Kerry e io abbiamo parlato nella sala VIP della base prima del suo tour della struttura, e poi di nuovo durante il volo di ritorno a Washington, D.C., a bordo di un 757 rimodernato di proprietà dello Stato che condivide con altri funzionari del governo Obama. Mentre parlavamo, Kerry si è spogliato della giacca e ha iniziato a mangiucchiare da una ciotola di frutta fresca, la voce arrochita dopo una lunga giornata. Sembrava esausto, il volto più teso del solito; parlandogli, era difficile non avvertire il peso del mondo sulle sue spalle. Dopo gli attacchi terroristici di Parigi, ci siamo sentiti di nuovo brevemente al telefono mentre tornava da Vienna e Parigi.

Tutti capiranno che le cose vanno fatte, non solo discusse.

Per la maggior parte delle persone, il cambiamento climatico è un problema ambientale. È qualcosa che influenza alberi, rane e il meteo. Perché gli americani dovrebbero considerare il cambiamento climatico una questione di sicurezza?
Perché lo è. Sedici membri del consiglio del Center for Naval Analysis, composto da alti ufficiali – ammiragli e generali in pensione, decorati con tre, quattro stelle – sostengono che sia un importante fattore di rischio per la sicurezza. Il surriscaldamento causa siccità, quindi, probabilmente, una grande carenza di cibo. Laddove c’è acqua oggi potrebbe non essercene in futuro. Questo potrebbe causare migrazioni in massa. Questo crea conflitto. Prendi la stessa acqua – si fanno guerre, per l’acqua. Già adesso, le tribù si combattono in parti del Sahel e in altre zone in cui l’acqua era presente e adesso si è prosciugata. La storia dimostra che ci sono conflitti laddove le risorse sono limitate o scarseggiano.
Se si guarda il mondo, in questo momento le potenziali migrazioni di massa stanno crescendo esponenzialmente. Abbiamo visto tantissime persone sradicate dalla Siria che si sono spostate a Damasco. La siccità nell’area non ha causato il fatto, ma l’ha acuito. Crea un’instabilità maggiore.

Gli attacchi di Parigi costituiscono un’ulteriore prova del legame tra cambiamento climatico, instabilità globale e terrorismo?
Beh, di sicuro sottolineano la natura globale di Daesh. Non è direttamente collegato al cambiamento climatico, ma è parte delle interconnessioni globali – e dimostra come un problema di sicurezza sia un problema per tutti.

Qualche mese fa, durante l’Arctic Summit in Alaska, lei ha definito la crisi dei rifugiati in Europa un’anteprima di quello che ci aspetta.
Tutto, in questo momento, è un’anteprima, perché la strada che abbiamo imboccato ha fatto sì che una certa quantità di riscaldamento sia inevitabile. Inoltre siamo già nella fase di attenuazione dei nostri sforzi contro il cambiamento climatico, il che fa paura perché siamo indietro rispetto a quel che dobbiamo fare per non superare i 2°, cioè la soglia massima del riscaldamento tollerabile. E noi stiamo fallendo. E non risolveremo la cosa a Parigi, ma non è quello l’obiettivo. Siamo consapevoli della situazione.
Quel che faremo a Parigi, spero, sarà dare un forte slancio alla causa, con un messaggio ai mercati che sia sufficientemente significativo. Se 150 nazioni prendono la questione sul serio e fissano degli obiettivi, anche se non li raggiungono, si avranno degli enormi investimenti e una vasta attività nel settore privato. E poi si spera che qualcuno elabori una tecnologia a energia pulita, in competizione con i carburanti fossili, e quindi, voilà: un’economia che funziona con minime emissioni di carbonio.

Qual è stato l’impatto degli attacchi terroristici a Parigi sull’andamento delle negoziazioni sul clima?
Se avranno un impatto, sarà che tutti capiranno che le cose vanno fatte, non solo discusse. Quindi è possibile che ci sia una piccola accelerata nel processo. Ma l’impatto più grande lo subiranno la Siria e la coalizione contro Daesh.

In passato, quando l’America ha affrontato le grandi minacce per la sicurezza del Paese, ci siamo mobilitati senza riserve. Pensi ai preparativi per partecipare alla Seconda Guerra Mondiale. Per il clima, non abbiamo fatto nulla di simile portata. Si è cercato solo di minimizzare le emissioni, e senza molto successo. Se il cambiamento climatico è una minaccia così importante per la nostra sicurezza, non dovremmo combatterlo in modo più convincente?
Beh, non abbiamo solo minimizzato le emissioni. Il Presidente Obama ha elaborato il suo Climate Action Plan (Piano d’Azione per il Clima, NDT). Non è un palliativo; è strutturato per prevenire il problema. Il nostro obiettivo è raggiungere una riduzione dal 26% al 28% entro il 2030. Ora stiamo studiando gli obiettivi per il 2050. Abbiamo reso più severi i requisiti per i camion, reso più severi quelli per le auto. Abbiamo raddoppiato l’efficienza energetica. I nostri impianti dell’aria condizionata vanno ad energia efficiente. Abbiamo il piano per ottimizzare le centrali energetiche.
Ma lei dice bene. Siamo soliti mobilitarci di fronte a minacce simili, ed è per questo che sono qui a Norfolk: per sottolineare che si tratta di una minaccia alla sicurezza del paese, e dunque abbiamo bisogno di una risposta più ampia.

John Kerry alle negoziazioni per il programma nucleare iraniano a Losanna. Foto US State Department, Flickr

John Kerry alle negoziazioni per il programma nucleare iraniano a Losanna. Foto US State Department, Flickr

Tuttavia, se penso al caos globale da lei descritto – senza parlare del fatto che ci è possibile predire in un futuro prossimo la fine di città come Miami, così come le conosciamo adesso – mi sembra che abbiamo ancora molto lavoro da fare per capire davvero la portata di questa minaccia.
Abbiamo molto lavoro da fare, perché ci sono ancora persone negli Stati Uniti che ne negano l’esistenza. Come fai a far mobilitare il tuo governo in una democrazia quando parte del processo democratico è in fase di stallo, congelato e, in certi casi, poco informato?

Data la sua descrizione del cambiamento climatico come una minaccia alla sicurezza del paese, quando pensa a quello che i fratelli Koch e la Exxon Mobil stanno facendo – come saprà, la Exxon Mobil è stata posta sotto inchiesta dal procuratore generale dello stato di New York per aver mentito agli investitori sui rischi del cambiamento climatico—
Certo. È come la storia del tabacco – è la faccenda di R.J. Reynolds che si ripete.

Vista la posta in gioco, considererebbe la Exxon Mobil o i fratelli Koch nemici dello stato?
Beh, lascio che siano gli altri a usare metafore e allegorie. Preferirei impegnarmi a creare il consenso necessario, e non ci riusciremo se iniziamo ad accusare la gente di questo o quello. Perciò dobbiamo far sì che le persone capiscano. Non credo sia possibile con i fratelli Koch. Ma credo che ora come ora la Exxon Mobil potrebbe perdere miliardi di dollari in quella che immagino sarà una delle più grandi azioni legali collettive della storia.

E lei sarebbe favorevole?
Sì. Sarei favorevole a un’inchiesta su quello che è successo, e mi concentrerei sui fatti. In una situazione del genere è la verità che cerchi. Ma se è vero che ignoravano i memorandum interni e facevano proselitismo andando contro quello che gli veniva consigliato, c’è una certa colpevolezza in questo. Sarebbe una cosa molto seria.

Che opinione ha, come persona, di una compagnia come la Exxon Mobil, che si arricchisce mentendo sui danni che il proprio prodotto causa al pianeta?
Beh, se dovesse essere vero, sarei indignato, furioso. Voglio dire, sarei arrabbiato come lo ero quando si vendevano sigarette fingendo che non causassero il cancro. È la stessa cosa. È immorale e incredibilmente dannoso per gli interessi di tutti. È un tradimento.

Beh, è lampante che abbiano influenzato a lungo il dibattito politico. E lei lo sa meglio di chiunque altro.

Lo so. Hanno fatto pressioni per favorire i propri interessi. Ma non sono in grado di dire se abbiano ignorato, falsificato e rifiutato delle informazioni inconfutabili che gli erano state fornite. In alcuni articoli sostengono che è quello che hanno fatto, e la cosa deve essere investigata. È giusto che lo sia. Ma non posso formare un giudizio definitivo a riguardo.

Le azioni di Daesh ad Ankara, l’abbattimento dell’aeroplano russo, gli attacchi a Beirut e ora a Parigi hanno reso evidente che dobbiamo risolvere le cose in Siria

Parliamo della Siria. Lei era diretto a Vienna per discutere una soluzione politica per la Siria quando si sono verificati gli attacchi a Parigi. In che modo gli attacchi hanno influenzato le dinamiche politiche?
Vienna è stata un punto di demarcazione molto significativo. Prima di Vienna, la strada politica era inesistente, perché Assad non era disposto a negoziare, e perché i russi e gli iraniani non prendevano la questione molto seriamente. Le azioni di Daesh ad Ankara, l’abbattimento dell’aeroplano russo, gli attacchi a Beirut e ora a Parigi hanno reso evidente a molti che dobbiamo risolvere le cose in Siria. Abbiamo lavorato sodo per avere gli iraniani, i sauditi e i russi nella stessa stanza, e il risultato è che abbiamo una dinamica in cui tutti si sono trovati d’accordo, tutti vogliono salvare la Siria e far sì che continui a essere un paese unico. Vogliono far sì che la Siria continui ad essere un paese laico. Vogliono una Siria che protegga tutte le minoranze. Abbiamo stabilito una data per l’inizio e la fine di questo processo politico – si comincia il primo gennaio, e in sei mesi tracceremo una mappa per il futuro. E tutti hanno concordato che il problema rappresentato da Assad si sarebbe affrontato nel contesto di questo processo. Si tratta dunque di un grande passo.

Il giorno dopo gli attacchi terroristici, i francesi hanno iniziato a bombardare la Siria, e gli USA si sono buttati sulle vie di rifornimento del petrolio. Alla luce del suo augurio per una soluzione politica in Siria, che bisogno c’era di contrattaccare immediatamente?
Beh, dobbiamo distruggere l’ISIS. La strada politica è per Assad, e per la Siria. L’ISIS rimane un nemico per tutti. Anche i russi hanno capito che [distruggere l’ISIS] non è così facile. Non vogliono far innervosire tutti gli stati sunniti. Perciò i russi hanno un incentivo a darsi da fare in questa sede. E se tutto va bene avremo un governo di transizione che potrà invitare i vari Paesi a combattere Daesh – e tutti potranno combattere Daesh in maniera coordinata. È un’equazione molto semplice.

Come sarà la vittoria su Daesh, o ISIS?
È come per Al Qaeda. Bisogna far sì che non sia più una minaccia quotidiana. Non è in grado di operare in molti Paesi. Le menti dell’organizzazione sono state distrutte. La sua capacità di minacciare sono state ridotte. Certo, c’è sempre qualche fanatico in giro, ma si è eliminata la possibilità che abbia un nucleo stabile, uno stato, che possa raccogliere fondi, pagare stipendi, assoldare persone, attrarle e dare loro ordini. Si può porre una fine a tutte queste cose se lavoriamo per bene.

Pensa che sia possibile?
Certo che è possibile. Se accadrà o meno dipende dall’Iran e la Russia.

In che modo questi attacchi hanno cambiato le negoziazioni, e le dinamiche, con l’Iran e la Russia?
Hanno fatto capire alla Russia che si tratta di un disastro. La Russia credeva di poter andare [in Siria] e risolvere tutto in un paio di settimane. Ma ora hanno perso un aeroplano, e hanno visto degli attacchi in un altro paese – credo che conoscano un po’ meglio i propri limiti. E con ogni probabilità hanno un interesse maggiore a voler cercare di risolvere la faccenda. Lo spero. È molto difficile combattere per Assad, sostenere l’Iran e Hezbollah, per poi girarsi dall’altra parte e dire al mondo sunnita, “Ehi, vogliamo costruire un rapporto con voi.”

Tutte quelle manifestazioni e proteste non hanno influenzato la sua decisione?
Ho preso la mia decisione sulla base di quella che reputavo la cosa giusta da fare. Non ho parlato con nessuno al di fuori del dipartimento. Non ho chiamato nessun amico che faccia parte di movimenti ambientalisti. Gente che ho conosciuto per anni si è tenuta a distanza. Tutti sono stati molto attenti, com’era appropriato; mi hanno lasciato lo spazio di cui avevo bisogno. Avevo semplicemente deciso che dovevo agire basandomi sui fatti, punto.

Cosa ci dice, allora, sull’importanza dell’attivismo ambientalista, che la più grande protesta per il clima in tempi recenti non ha avuto alcun impatto?
Oh, è molto importante. È solo che non vi ho badato di proposito. Se fossi stato un senatore o un membro del Congresso, l’avrei fatto. Ma non lo sono. Non voto; io decido, e volevo decidere basandomi sui fatti principali. Sapevo che c’era [la manifestazione] e che coinvolgeva entrambe le parti. Ma, semplicemente, non vi ho prestato attenzione. Si è trattato di una scelta intenzionale.

Soffermiamoci sulle negoziazioni che si terranno alla Conferenza sul clima di Parigi. È chiaro che non otterremo un accordo che ci manterrà sotto i 2°. E non sarà vincolante—
Va bene così.

Per queste ragioni, si troverà ad affrontare un forte scetticismo circa l’efficacia di questo accordo. Come convincerà gli americani che si tratta di un accordo significativo?
La realtà è che quando riesci ad avere più di 150 Paesi che sottoscrivono il raggiungimento di certi traguardi, poi dovranno tutti fare qualcosa. Voglio dire, non se ne staranno con le mani in mano, mi creda. E 20 tra questi [Paesi] avranno un grande impatto – il gruppo con le maggiori emissioni – e questo è quello che ci vuole per raggiungere dei risultati.

Ma il messaggio per il mercato sarà molto importante, e sarà una presa di coscienza per i leader locali e i cittadini. Certo, meglio che niente. E noi stiamo scommettendo sul futuro. Stiamo scommettendo sul 2020, stiamo scommettendo sul 2015, sul 2030, sul 2050. Con questo piano abbiamo ancora tempo se facciamo le cose per bene. Ed io scommetto che la tecnologia – qualche imprenditore, il prossimo Elon Musk, il prossimo Steve Jobs – qualcuno nel mondo inventerà un accumulatore o la fusione nucleare o qualcos’altro, una testata nucleare che inquina di meno; non ho idea di cosa sarà.
Ma c’è così tanta energia che si sta raccogliendo attraverso lo straordinario stanziamento di capitali e la brillante innovazione dell’America che qualcosa verrà fuori a Berkley o al MIT o dove sarà, la tecnologia, se tutto va bene, ci salverà da tutto questo.

Beh, molte persone risponderebbero che abbiamo tutta la tecnologia di cui abbiamo bisogno, ma non abbiamo le norme per implementarla.
Beh, non possiamo imboccare la gente con la forza. È come il vecchio adagio, “si può portare un cavallo all’acqua, ma non si può costringerlo a bere.” Le persone capiranno subito che si tratta di una buona fonte di guadagno. Questo è il mercato più vasto del mondo.

C’è molto scetticismo sulla credibilità delle promesse fatte dagli Stati Uniti sulle emissioni, visto quello che il Congresso sta facendo per respingere il Clean Power Plan (Piano per l’Energia Pulita, ndt) del Presidente Obama, e altre iniziative.
Stiamo già riducendo le emissioni. Abbiamo già fatto più di ogni altro Paese, attraverso ordini esecutivi, attraverso il mercato, e attraverso l’impegno delle singole città.

Ma in base all’esito delle elezioni del 2016, molte di queste cose potrebbero essere annullate.
Beh, certo, lei ha ragione. È una cosa che mi preoccupa. Ma se lasciassi che le mie preoccupazioni mi bloccassero, non durerei nemmeno una giornata, no? [Ride] Ci si preoccupava che non saremmo riusciti a raggiungere un accordo con l’Iran. Ci si preoccupava che non saremmo riusciti a togliere le armi chimiche alla Siria. Ci si preoccupava che non si sarebbe riusciti a costituire un governo in Afghanistan. Abbiamo fatto tutte queste cose. Non puoi farti ostacolare dalle tue preoccupazioni; piuttosto ti guidano e ti motivano.

E io sono molto motivato. Idem molti altri. E credo che anche se l’accordo non sarà, cito testualmente, “vincolante” negli obiettivi, i paesi saranno molto motivati a mantenere i propri impegni e a provare la loro serietà. Non penso che vorranno mettersi in una situazione imbarazzante, andando a Parigi per poi abbandonare tutto. Noi non lo faremo, e non credo che la Cina lo farà. La Cina deve dare un segnale, perché hanno problemi di sovrappopolazione, problemi politici, problemi con la qualità della vita. La loro leadership sta reagendo a un senso di instabilità all’interno del governo.
Perciò si daranno da fare. Forse non succederà in fretta e in una misura notevole, ma penso che i risultati si accumuleranno. Credo che i risultati dell’anno a venire saranno più persuasivi di quelli di quest’anno, e la gente si darà da fare ancora di più.

Stiamo dando battaglia all’economia tradizionale. Stiamo dando battaglia a interessi personali che sono ben radicati

Qual è la sua preoccupazione principale per Parigi?
Credo che la parte sulla risoluzione del divario tra paesi sviluppati e in via di sviluppo sia la più importante. Quella su perdite e danni [“loss and damage”, gli impatti negativi irreversibili del cambiamento climatico], credo, sarà complicata.

Perché il risarcimento di perdite e danni, dovuto alle nazioni povere per i danni inflitti dal cambiamento climatico, sono un argomento così difficile per gli USA?
Noi non siamo contrari. Desideriamo che la cosa venga strutturata in modo da evitare impugnazioni, perché il Congresso non accetterà mai un accordo che comprende una cosa del genere, dopo aver visto cosa è successo a Kyoto. Se si vogliono davvero ottenere dei risultati, che si eviti quella strada. Non ci stiamo opponendo per confutare le nostre responsabilità – l’impatto di un simile atto distruggerebbe l’accordo. E noi non vogliamo che questo accada.

Un’altra cosa che senza dubbio non accadrà nel summit di Parigi è l’apposizione di una tariffa sulle emissioni di carbonio, cosa che secondo la maggioranza degli economisti sarebbe lo strumento più efficace per ridurre le emissioni. All’inizio del governo Obama, lei era un grande sostenitore del mercato delle emissioni Cap and Trade come meccanismo per apporre un prezzo sul carbonio. La cosa, inutile dirlo, non è andata in porto. Quali pensa che saranno le prospettive del Cap and Trade nel vicino futuro?
Beh, non c’è posto per il Cap and Trade negli USA. Voglio dire, l’idea è stata compromessa. È un peccato perché altri Paesi l’hanno applicata con successo. E, naturalmente, ha funzionato qui negli USA per il biossido di zolfo [un comune agente inquinante, si crea bruciando carburanti fossili]. E l’abbiamo usata per affrontare il problema della pioggia acida. Ma le etichette detengono un forte potere nella politica moderna, e il Cap and Trade è stato etichettato negativamente.

Metteremo mai un prezzo sul carbonio in America?
Ci sono modi per farlo che potrebbero essere accettati dalla gente, e penso che le stesse corporazioni si faranno avanti per far sì che ciò accada. Tuttavia, per il momento, è al di fuori delle mie competenze diplomatiche.

Ha detto che la decisione di affrontare il cambiamento climatico dovrebbe essere una scelta facile, se si considerano i tanti vantaggi dell’energia pulita. Ma è chiaro che non è così semplice. Lei è stato coinvolto nella lotta contro il cambiamento climatico dall’inizio. E lei sa bene, come lo sanno tutti, che, in termini concreti, ha fallito. Nonostante 30 anni di discussioni e conferenze sul clima, i livelli globali di anidride carbonica non stanno diminuendo – continuano a salire.
È perché stiamo cercando di ribaltare la più grande petroliera mai costruita.

Intende il genere umano?
Esatto. Si tratta di una sfida imponente. Stiamo dando battaglia all’economia tradizionale. Stiamo dando battaglia a interessi personali che sono ben radicati. Abbiamo fatto molti passi in avanti. In tutta sincerità, è davvero straordinario che si stiano verificando così tante cose in questo momento. La sfida non è rispondere. La questione è se risponderemo in tempo.

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