Giovanni Floris: «Gli insegnanti italiani sono il contrario dell’Uomo Ragno»

La Buona Scuola è rimasto un hashtag: nel suo ultimo libro Giovanni Floris ha cercato di capire cosa funziona (troppo poco) e cosa non funziona (troppo) nella scuola italiana e quali sono i modi cercare per migliorarla, anche grazie a Mourinho.

Foto di Maurizio Maule, via IPA.


Abbiamo fatto due chiacchiere con Giovanni Floris, ogni settimana in onda su La7 con DiMartedì e ora anche in libreria con Ultimo banco – Perché insegnanti e studenti possono salvare l’Italia (ed. Solferino).

Hai scritto che la figura dell’insegnante in Italia è il contrario dell’Uomo Ragno. Se per Spiderman infatti “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, agli insegnanti italiani vengono chiesti “enormi responsabilità dandogli pochissimi poteri”. Qual è il primo potere di cui oggi avrebbero bisogno gli insegnanti?
Del potere che gli riconosciamo noi, ovvero il rispetto per chi forma i futuri membri della società. Secondo me ci dovrebbe essere perciò un atto politico netto, immediato: alzare gli stipendi degli insegnanti per far capire a tutti che riteniamo importantissimo il loro ruolo.

Una delle parole che ricorre di più nel tuo saggio è “talento”: osannato nella società, preteso sul lavoro per fare carriera, il talento deve essere centrale anche nella scuola?
Il talento è importantissimo: tutti ne abbiamo uno, il difficile è scoprire quale sia. La scuola dovrebbe aiutare ognuno a trovare il suo, non a dividere i talentuosi dai normali, semplicemente perché è normale essere talentuosi. La scuola che funziona è quella dell’inclusione dove tutte le differenze vengono trattate per aiutare il collettivo a crescere e non il singolo ragazzo.

A questo proposito è interessante quello che racconti sugli esordi di Mourinho…
Mourinho ha iniziato come insegnante per ragazzi con disabilità e ha sempre insegnato che è il collettivo che porta al risultato, sia nel caso dell’insegnamento che nello sport.

Parli anche di Donnarumma e della sua scelta di non sostenere l’esame di maturità per volare a Ibiza con gli amici…
La sua scelta è stata pure prevedibile: un ragazzo di diciotto anni che chiude un contratto da sei milioni l’anno per cinque anni è ovvio che pensi a volare a Ibiza. Quello che non si capisce (o che si capisce troppo bene) è che nessuno del suo entourage glielo abbia sconsigliato temendo un crollo d’immagine. Crollo che non ci sarebbe stato perché nella società in cui viviamo lo studio è il piano B, mentre guadagnare è il piano A. Questo è il problema: non tanto che lui sia partito per Ibiza ma che nessuno gli abbia detto di non farlo.

Restiamo sul tema dello sport: nel libro affronti il tema della scuola dal punto di vista degli insegnanti, degli studenti e anche dei genitori. Spesso i genitori non sono un esempio edificante, non solo con i professori, ma anche mentre guardano i loro figli allo stadio…
Neanche allo stadio, ma al campetto di periferia e che tifano come se il oro figlio fosse Messi e tutti gli altri fossero dei brocchi.
I genitori dovrebbero solo dare la tranquillità a un ragazzo di divertirsi e magari consegnarlo al mister e poi tirarsi indietro.

Il tuo primo articolo, scritto sul MessaggeroQuartieri – riguardava proprio la mancanza di un autobus per il campetto di estrema periferia dove andavi a giocare a calcio. Ma poi l’hanno messo quell’autobus?
Quello è diventato un borgo carinissimo, molto alla moda, segno di quanto sono diventato vecchio io. Pure a Casale Rocchi è arrivato l’autobus…

Vedi un parallelo tra lo stato della scuola – eufemismo: non eccellente – e quello della politica italiana?
C’è molta sintonia tra l’aria che si respira nelle aule scolastiche e quella delle aule parlamentari dove ormai sia il sapere che le istituzioni hanno perso autorevolezza. Ci chiediamo perché dovremmo fare i vaccini, perché dovremmo pagare le tasse, perché dovremmo stare dietro un giudice… è un’aria che colpisce tutto il paese. Per rovesciare questo quadro si deve partire dalla scuola.

Quanto la scuola italiana sta facendo contro il bullismo? E, soprattutto, lo sta facendo bene?
In fondo il bullismo c’è sempre stato, basta pensare a Franti che è un protagonista del libro Cuore. Di diverso c’è che prima quando il bullo alzava la testa il professore poteva far sentire il peso del suo ruolo e isolarlo davanti agli altri compagni di scuola. Adesso temo che quell’autorevolezza, che nasceva fuori dall’aula, non ci sia più e proprio da quel punto credo che si debba ricominciare per salvare il paese.

E tu a scuola sei mai stato bullo? Oppure sei stato bullizzato?
Fortunatamente no, nessuno dei due. Poi mi rendo conto che si può essere al contempo tutte e due le persone in base al contesto: magari uno è bullo in classe e bullizzato nel sport. C’è un ragazzino che intervisto nel libro che dice: “bullismo è quando si esagera”. Fermare il bullismo significa trovare quel buonsenso che ferma prima di fare del male agli altri o a se stessi.

E in Rai sei stato bullizzato?
No, in Rai non c’è bullismo. Nè lì né in ogni altro mondo.

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