‘Wonder Woman 1984’: non si esce vivi dagli anni ’80 (nemmeno se sei Gal Gadot) | Rolling Stone Italia
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‘Wonder Woman 1984’: non si esce vivi dagli anni ’80 (nemmeno se sei Gal Gadot)

Il secondo capitolo delle gesta della supereroina DC Comics è più ambizioso del precedente, nel bene e nel male. Tra revival 80s e un villain alla Trump, lo spettacolo c’è: ma non tutto è a fuoco

Foto: Clay Enos/DC Comics/Warner Bros. Pictures

Gal Gadot in 'Wonder Woman 1984'

La scena di apertura di Wonder Woman 1984 (in esclusiva digitale da venerdì 12 febbraio, qui la nostra set visit) è già una lezione di per sé: le scorciatoie a spese degli altri e gli imbrogli non ti porteranno da nessuna parte, cara Diana. È un insegnamento che la ragazzina cresciuta nell’arcipelago di Themyscira, in cui il potere è gestito dalle donne, deve interiorizzare prima di diventare Wonder Woman. E guardate come impara. Fa un po’ l’arrogante durante una competizione, viene sbalzata da cavallo e trova un modo intelligente per rimettersi in gioco. Ti aspetti che la lezione sia: pensa velocemente e usa il tuo ingegno. Invece Diana viene rimproverata: percorri sempre la retta via – o la strada più difficile – perché altrimenti, moralmente, resterai sempre indietro. Il male che alla fine affiora nel film rende il valore di questa lezione un po’ più chiaro… quando viene applicato ad altre persone. E poi: qual è la strada difficile per una semidea? Rendila umana, altrimenti noi siamo fregati. Ma perché frenare i suoi doni?

Infatti: perché cercare di domare Wonder Woman? WW1984 è, per molti versi, un film più ambizioso del suo predecessore in termini di caos, dramma, grandi sentimenti e malvagità contorta e atavica. Ma la stessa Diana Prince, sempre interpretata da Gal Gadot, è un po’ meno complicata, la sua personalità è ancora più a fuoco, più schiettamente virtuosa di prima. La premessa si espande: ci sono un reperto antico maledetto, un megalomane di nome Maxwell Lord (un Pedro Pascal volutamente meno figo), una gemmologa insicura e spesso molestata, Barbara Minerva (Kristen Wiig), un tuffo nel passato… ecco come si espande il film. E, negli stessi momenti, quello che vorremmo vedere di Diana sembra contrarsi.

Wonder Woman 1984 è un film meglio realizzato e più interessante del suo predecessore, proprio come dovrebbe esserlo il sequel di un cinecomic: ora che abbiamo tolto di mezzo l’origin story, diamoci dentro. Senti che lo scontro centrale sta arrivando e sai che, nel frattempo, ci saranno altre lotte per tenere incollato il pubblico. I film di Wonder Woman by Jenkins sono più interessati alle piccole note di grazia della personalità di Diana. Il guaio è che questo secondo capitolo si sforza di includerne meno, o meglio: di inserire pochi elementi nuovi. L’azione ha il suo fascino, ma l’interesse della regista per la donna è sempre stato più essenziale di quello per l’eroina. I combattimenti, ad esempio, non sono memorabili per i particolari quanto per la capacità davvero invidiabile di Gadot di essere all’altezza della leggendaria iconografia, riuscendo a rimanere indiscutibilmente bella pure durante una lotta. Probabilmente assoceremo sempre questo franchise a quella carica di battaglia al rallentatore tra le macerie della Prima guerra mondiale, che viene richiamata nell’ultimo film. L’immagine funziona bene, al punto che pure quella musica a tema facile facile, ma in qualche modo orecchiabile e capace di catturare, non può offuscare del tutto la meraviglia.

Sono questi aspetti solidi e cheesy degli action a rendere buono il supereroismo di film così, quando è buono. Nemmeno il peso della rappresentazione può gravare su quello. Tutto dà l’impressione che Diana sappia che gli occhi sono puntati su di lei, che queste battaglie non sono solo snodi della trama o scuse per far saltare in aria roba o picchiare dei tizi, ma un’opportunità per mostrare la vera star quality di Gadot. Un elemento che esplodeva nel caos del climax del primo capitolo, ma niente nell’infernale combattimento del Terzo Atto di quel film era memorabile quanto Diana che mangia il gelato o vede un uomo per la prima volta. Nel sequel di quei momenti ce ne sono meno, nel bene e nel male. La storia ha già tolto di mezzo la maggior parte di questi aspetti – fermo restando la sottotrama romantica, che non svelerò. Semmai di WW84 colpisce il fatto che siano tutti lentissimi a realizzare la vera natura del cattivo e della zampa di scimmia al centro del film (non dirò altro). C’è di più in quel senso. E parliamo di roba utile e non.

La Wonder Woman immaginata da Jenkins e Gadot vuole salvare il mondo, naturalmente, ma non sembra così fissata come lo è Superman. Essere ancora innamorata di un eroico pilota morto fa questo effetto. È Diana Prince, non Clark Kent, la vera semidivinità tra noi. Ma l’ironia del primo film stava nel fatto che lei non fosse meno aliena di lui – è pur sempre un’immortale cresciuta in un luogo in cui le donne governano il mondo. Gadot ha interpretato la prima Wonder Woman con ingenuità e ironia. La Diana del sequel invece mette al suo posto una collega troppo appiccicosa con i modi bruschi ed efficaci di una che non lo fa per la prima volta. Ne ha viste di cose nel corso degli anni, ma non ha mai più potuto riabbracciare il suo amato Steve.

Gal Gadot. Foto: Clay Enos/ DC Comics/Warner Bros.

In questa era perennemente nostalgica, un film ambientato negli anni ’80 si sarebbe buttato a capofitto in quel mood, soprattutto per il bene del pubblico: costumi rétro, trucchi, musiche, riferimenti a Spielberg e ad altre icone della cultura pop dell’epoca, tutte allusioni (o omaggi diretti) che ci lasciano crogiolare nel nostro amore collettivo per il gusto pop della Generazione X. Wonder Woman 1984 non lesina sul divertimento in costume e tante gag si fanno strada nel film, ma Diana è l’eccezione: è immortale e sembra non avere età in qualsiasi epoca.

Ma la connessione più intensa di WW84 con la contemporaneità è sorprendentemente politica. Le riflessioni a venire ci diranno senza dubbio quanto e come sentirci al riguardo. Il cattivo del film è un petroliere, o meglio, vuole disperatamente esserlo. Gli anni ’80 furono l’era della “sovrabbondanza di petrolio”, come scrisse una volta un articolo del New York Times. Il che significa che Maxwell Lord sta cercando di diventare un petroliere quando ce ne sono già molti sulla piazza, e non sembra nemmeno particolarmente portato. È un personaggio televisivo con una patetica vena infantile, viscido come un venditore di olio di serpente, quindi qualcuno lo paragonerà a Trump. Quella connessione specifica conta meno della stranezza complessiva della deviazione del film in Medio Oriente e di alcune delle battaglie e delle storie travagliate che evoca. Questo, tra le altre cose, rende WW84 un film strano, anche se pensi che sia buono – e, probabilmente, solo quando ti fermi a pensarci davvero.

Ovviamente non dobbiamo fermarci a pensare: tutto continua ad andare avanti tra gli ostacoli. Se i personaggi hanno qualche sensazione particolare riguardo ai conflitti scatenati al Cairo o al disordine che ne deriva, non lo dicono. La merda del mondo reale che rievoca a questo proposito non è semplice sfondo, ma ha così poche conseguenze reali per i personaggi coinvolti che è giusto chiedersi perché il film se ne sia preoccupato. È stata rivendicata una terra ancestrale; è stato lanciato un guanto di sfida. Non possiamo almeno parlarne? No? Ok. Ciò che conta di più è la guerra nucleare di cui si parla alla fine. Le armi nucleari sono universali: spaventano a morte tutti. Il resto – un mucchio di dettagli incasinati e preoccupanti – è rumore.

Kristen Wiig è Cheetah. Foto: Clay Enos/ DC Comics/Warner Bros.

Wonder Woman 1984 è solido dove conta, sdolcinato come lo avrebbero voluto i suoi fan; e, allo stesso modo, abbastanza divertente da affascinare. Nonostante tutto ciò che non viene detto, la scrittura occasionalmente è pure intelligente. La presunzione centrale della malvagità qui a volte viene fuori come un oscuro riff sulla logica imprenditoriale di auto-aiuto nel suo stato più bastardo, come se stessimo guardando The Power of Positive Thinking (che viene citato) testare la logica di “Il potere corrompe…” per un intero film. Da nessuna parte questo è più sorprendente che nel destino della Minerva di Wiig, una professionista troppo qualificata che viene ignorata per le ragioni sbagliate – finché non ottiene l’attenzione per i motivi altrettanto sbagliati. E il fatto che ciò le dia alla testa è, tutto sommato, comprensibile. È qui che il film mette a segno la parte più provocatoria. Per quanto riguarda il resto, l’insieme non ha sempre senso, la recitazione non è sempre eccezionale, il climax si spinge un po’ oltre. Per gentile concessione delle star e del chiaro affetto della regista per il suo soggetto, c’è un po’ più di anima qui di quanto avrebbe dovuto esserci, per fortuna. Non è tutto. Ma non è nemmeno niente.

Da Rolling Stone USA