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Wilco, ‘Ode To Joy’ è una guida alla felicità in un mondo di troll

Dopo l'esperienza solista e un romanzo, Jeff Tweedy e la sua band sono tornati con l’album più bello dai tempi di ‘Sky Blue Sky’, una collezione di canzoni scritte per chi cerca conforto dalle nevrosi dell'America di Trump

I Wilco

Foto: Annabel Mehran

Dopo i tre dischi solisti di Jeff Tweedy e una biografia, il primo album dei Wilco dal 2016 ha tutta l’aria di una reunion. È anche l’impressione che dà ascoltandolo: canzoni semplici e dirette, spesso costruite intorno alla chitarra acustica, tentacoli melodici e ritmi e droni armonici che si avvolgono come edera, una vecchia conversazione che ricomincia dopo una lunga pausa, in modo lento, ma sicuro. Il suono ricorda Sky Blue Sky, il primo vero album registrato da questa formazione, e lo spirito è sicuramente figlio del percorso intrapreso dal frontman negli ultimi anni, cioè l’immersione di Tweedy nelle profondità di sé stesso. Tutte buone notizie.

Ode To Joy contiene alcune delle canzoni più belle e confortanti mai incise dai Wilco, come se il gigantesco cuore di Jeff Tweedy sia stato di nuovo trapiantato dentro una band – la formazione attuale è la più longeva di sempre – che non ha mai suonato con tanta empatia.

Ed è proprio di empatia che si sta parlando, qui. Non che finora non sia stata una caratteristica fondamentale del gruppo guidato dal “nostro grande e beffardo poeta della consolazione”, come l’ha definito il romanziere George Saunders. E mentre il presente sembra richiedere di impegnarsi il doppio, a prescindere da cosa si abbia da offrire, Ode to Joy si apre, opportunamente, con un suono che ricorda molto la tristezza: un lamento stordito e graffiato dal rumore sull’immobilismo e le cose rimaste sepolte sotto la neve, cantato da una voce sussurrata e accompagnata da un ritmo da marcia funebre suonato su quelle che potrebbero benissimo essere scatole di pasta surgelata. Poi la band ritrova la sua energia, la melodia si schiarisce, la pioggia scioglie la neve, la chitarre scintillano, qualcosa di simile all’amore brilla attraverso l’arrangiamento, e la canzone finisce per suonare davvero gioiosa, una gioia conquistata a fatica.

Questa è grossomodo la strategia di Ode to Joy, che si dispiega di conseguenza. “Ricordo quando le guerre avevano una fine”, canta Tweedy in Before Us. Riflette sui suoi avi, forse sui defunti, insieme alla band che suona il ritornello come se fosse un canto natalizio. I temi della sua biografia appaiono sporadicamente in tutta la scaletta – qui, la morte dei suoi genitori; l’ansia e la dipendenza dai farmaci nella cupa One and a Half Stars; altrove la sua inclinazione a eccedere nei pisolini.

I momenti più confortanti sono ben distribuiti. L’allegra White Wooden Cross, ispirata da una veglia improvvisata sulla strada, medita sulla morte con appunti di slide guitar che ricordano Give Me Love (Give Me Peace On Earth) di George Harrison. Non è l’unico riferimento ai Beatles – esiste qualcosa di più confortante per un certo tipo di appassionato di rock? We Were Lucky è una ballata aromatizzata dall’ultimo Lennon, ferita dal miglior momento di Nels Cline sull’album, due chitarre elettriche che si infiammano in un dialogo che sprofonda nel rumore. La band si lascia andare alla gioia vera e propria in Everyone Hides, una canzone allegra e accattivante su chi indossa una maschera e inganna sé stesso: c’è un ritmo sincopato da battiti di mani, altre chitarre straordinarie di Nels Cline e un testo pieno di versi che starebbero bene su magliette motivazionali (“You know where the bodies are buried / But you can’t remember where you buried the mines”).

Ma la canzone più spudoratamente felice è il singolo Love Is Everywhere, un classico folk-rock profumato da arpeggi, campanelle e da un’incedere simile a un valzer che più che di ballare fa venire voglia di sedersi intorno a un falò, magari un po’ ubriachi, prendere coraggio e abbracciare il vicino. Nel frattempo, Tweedy canta di “piogge di rivolte”, di tristezza incombente, della paura in agguato dietro la gloria dell’amore. A pensarci bene, è un perfetto momento Wilco.

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