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‘Welcome 2 America’ è il disco orwelliano di Prince. Ed è pure sexy

L'album postumo tratto dagli archivi batte gran parte della musica edita dal genio di Minneapolis negli ultimi dieci anni di vita. Nessuno canta di distopia e orgasmi come Prince

Prince

Foto: Kevin Mazur

A un certo punto Prince ha cominciato a creare talmente tanta musica da perdere la prospettiva. Non che ai suoi dischi mancassero momenti brillanti, ma ritornelli favolosi, assoli stupefacenti e testi intelligenti erano spesso messi in ombra da arrangiamenti R&B fin troppo elaborati e garage rock pesanti (si veda a titolo di esempio Rave Un2 the Joy Fantastic). Diversamente dalle belle esibizioni live che ha fatto fino all’ultimo, i suoi album sembravano atti peccaminosi e non nel senso di Dirty Mind: la musica era talmente generica da farci dimenticare il genio di chi l’aveva scritta. E però a giudicare dalle registrazioni provenienti dai suoi archivi, si direbbe che il materiale che pubblicava non rappresentava il suo meglio.

L’ultima uscita postuma Welcome 2 America, un album di funk pop e R&B risalente al 2010, dimostra che Prince non aveva un gran fiuto quando si trattava di scegliere quale musica pubblicare e quale tenere per sé. Questo disco è migliore di qualunque cosa Prince abbia fatto tra il 2009 e il 2014. I groove sono più funk, i pezzi sexy sono già spinti e gli omaggi a Curtius Mayfield sono… superflyier. Dicono i suoi collaboratori che all’epoca l’uomo amasse quest’album. Di certo il titolo Welcome 2 America gli piaceva a tal punto da usarlo per un tour. E allora perché non ha pubblicato l’album? Qualunque cosa gli passasse per la testa, ora per lo meno possiamo ascoltare questa musica.

Prince l’ha registrata con un gruppo che non ha più usato comprendente il bassista Tal Wilkenfeld e il batterista Chris Coleman. Fra i tre c’è chimica e lo si capisce dal primo pezzo, Welcome 2 America, lontano parente di Sign o’ the Times, con un basso bello pesante e un testo sullo stato del Paese. Prince canta del crollo del mercato immobiliare del 2008, esprime il suo disprezzo per gli iPhone e i reality televisivi con una spavalderia che è in parti uguali Gil Scott-Heron e Maynard G. Krebs. Ci sono passaggi stucchevoli (“Andate a scuola per diventare una celebrità, ma non arrivate in ritardo perché tutti hanno un sex tape da qualche parte”), ma in fondo lo erano anche alcuni versi di Sign o’ the Times.

Il racconto della distopia americana continua con Running Game (Son of a Slave Master), un atto di accusa nei confronti dell’industria discografia che si approfitta dei musicisti. Il testo sui crimini dei neri a danno dei neri fa pensare ed è contornato da chiacchiere di sottofondo modello What’s Going On. Insieme a Born 2 Die e alla sognante 1,000 Light Years from Here, Running Game fa parte della tradizione di pezzi come Controversy, Race e Baltimore su come gli Stati Uniti siano un posto “orwelliano” per i neri.

Il messaggio è sempre lo stesso: perseverate. Lo si percepisce anche ascoltando Stand Up and B Strong, power ballad dei Soul Asylum rifatta in chiave R&B, che contiene uno degli assoli migliori del disco. “Un giorno saremo tutti liberi”, promette la traccia che chiude l’album One Day We Will All B Free su progressioni jazz. È materiale appartenente alla tradizione di There’s a Riot Goin’ On di Sly and the Family Stone, che difatti era uno dei gruppi preferiti da Prince. Ci sono momenti meno seri come la costelliana Hot Summer o Yes, che sta a metà strada fra la musica di Broadway e l’accompagnamento per gli show delle cheerleader a metà partita (“Se siete pronti per una nuova nazione dite… sì!”), ma lo spirito è talmente positivo che non si può che sorridere.

Il pezzo migliore è When She Comes e del resto Prince ha sempre dato il meglio da arrapato. Su un’atmosfera alla Do Me Baby, con piano, chitarra leggera e falsetto, Prince descrive l’orgasmo della sua partner come solo lui sapeva fare (“A volte piange, ma non chiedermi il perché”). È Prince modello Dirty Mind, ma a 52 anni d’età, un documento audio pornografico che avrebbe allarmato Tipper Gore nel 1984, ma che impallidisce al confronto di una Wait (The Whisper Song) dei Ying Yang Twins registrata cinque anni prima. Prince ha riscritto When She Comes con fiati e accordion per HitnRun: Phase Two del 2015 ed è bella potente, ma la versione più intima contenuta in Welcome 2 America sembra più libera. Sfortunatamente Prince ha avuto troppo ripensamenti sulla canzone (e sull’intero album), la qual cosa spiega perché molti suoi dischi sembrano artefatti.

Chissà come sarebbe stato accolto Welcome 2 America se fosse stato pubblicato nel 2010. A parte Black Sweat, tratta da 3121 del 2006, che sembrava una Kiss reimmaginata in chiave G-funk, Prince non centrava una hit dal 1999. Nel 2010 pop significava Katy Perry e Black Eyed Peas, ovvero musica lontanissima da Welcome 2 America. Ma a giudicare dai testi di queste canzoni, a Prince non interessava granché il pop. Non sappiamo di preciso quel che voleva, ma ascoltiamo volentieri dischi come Welcome 2 America che ci offrono qualche indizio.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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