Home Recensioni

‘Waco’, la recensione: se lo psicopatico è un po’ troppo figo

Taylor Kitsch è il predicatore David Koresh nella serie sull'assedio al ranch della sua setta nel 1993. E ogni progetto con Michael Shannon merita di essere visto, anche se qui l'attore è abbastanza sprecato

Taylor Kitsch è David Koresh in ‘Waco’

Waco, Texas, 1993: il governo Usa ordina una perquisizione della proprietà di David Koresh, leader della setta religiosa dei davidiani, una branca scissionista degli Avventisti del Settimo Giorno con forti influenze apocalittiche. Le voci su quello che succede all’interno della comunità si rincorrono e il Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives, sospettando che i membri del culto stiano accumulando armi da fuoco illegali, utilizza questa scusa per fare un raid. Secondo le cronache, l’assedio dell’FBI dura 50 giorni, dal 28 febbraio al 19 aprile, alla fine dei quali muoiono 76 persone, tra cui donne e bambini.

Questo è quello che abbiamo visto in tv, sui giornali. Ma la storia che racconta Waco, miniserie in 6 puntate creata dai fratelli Dowdle (da sabato 23 marzo su Paramount Network), ci porta dentro la vita della setta di Koresh durante i giorni che precedono lo stallo. Lo show è basato su A Place Called Waco di David Thibodeau (uno dei pochi davidiani sopravvissuti al massacro) e Stalling for Time: My Life as an FBI Hostage Negotiator di Gary Noesner, negoziatore dell’FBI. E sì, la soddisfazione della vostra curiosità morbosa è un buon motivo per seguirla.

L’altro buonissimo motivo è il super cast: Michael Shannon (un po’ sprecato) è tutto autorità e nervi d’acciaio nel ruolo di Noesner. Magistrale nel suo lavoro e molto rigoroso, viene chiamato per aiutare a negoziare la resa di Koresh e dei suoi seguaci, dopo un’esperienza andata male. Sarà anche una versione dell’attore già sperimentata, ma ogni progetto che coinvolga Michael Shannon vale la pena di essere visto. E Waco non fa eccezione.

Taylor Kitsch (il poliziotto della stradale di True Detective 2) vince la sfida più tosta nei panni del predicatore: con occhiali e un taglio mullet d’ordinanza, che renderebbero ridicolo chiunque meno figo di lui, riesce a bilanciare la persona e il demagogo, l’umanità e l’empatia con la rabbia, la megalomania e le tendenze da predatore sessuale. Dopo una cosiddetta “rivelazione” infatti, Koresh era solito consigliava il celibato ai suoi seguaci, rivendicando per se stesso il “fardello” dei rapporti con le donne della setta. Le ragazze che sposava erano anche minorenni (una aveva 12 anni), cosa che scatenò accuse di stupro. E questo aspetto è poco più che accennato nella serie.

Se c’è un problema in Waco (almeno per i primi due episodi che abbiamo visto) è che dipinge un ritratto scomodamente gentile di Koresh: uomo di fede che lotta per la libertà contro l’invadenza dello Zio Sam, padre devoto che la mattina va a correre con i figli, leader che predica l’armonia tra i suoi seguaci e recluta con pazienza nuovi membri. I pericoli del suo fascino manipolativo sono ombre appena sfumate. E questa necessità di rivendicarne la figura toglie forza a una storia che altrimenti sarebbe ben raccontata. Ma Waco, pur nella sua dimensione cinematografica (anche nella fotografia) non sostiene tutte le prospettive di una storia tridimensionale, dove le vittime ultime sono le persone innocenti tradite dal loro leader e dal loro governo.

Altre notizie su:  Michael shannon Taylor Kitsch