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‘Vince Staples’ è uno studio sulla paranoia

Il nuovo album del rapper di Long Beach con Kenny Beats è lucido e conciso. Parla di come convivere col passato e affrontare il presente in un mondo in cui la morte incombe minacciosa

Vince Staples

Foto: Scott Dudelson/Getty Images

In FM!, il disco del 2018 in collaborazione con Kenny Beats, Vince Staples si muoveva su un terreno che gli era particolarmente familiare. Raccontava storie passate e presenti di Ramona Park, il suo posto preferito di Long Beach, e delle strade lì attorno. Sembrava la musica di una festa di quartiere.

Kenny è presente anche nel nuovo Vince Staples, questa volta però dà vita a un mondo sonoro diverso, dove 808 cavernose stanno insieme a sample scarni e filtrati, un mix che a volte ricorda Bon Iver (Law of Averages), altre i Passion Pit (The Shining). Su questo sfondo, il songwriting di Staples e il suo talento nell’evocare minacce mortali non sono mai stati tanto vividi.

La forza che anima Vince Staples è la paranoia del rapper, che è solo intensificata dal successo. È una sensazione che può sottrarti ogni gioia e rovinare anche i momenti spensierati. In Sundown Town Staples racconta della paura di stringere le mani ai fan, in Taking Trips, quella di stare in spiaggia. Nei dischi precedenti, stemperava questi momenti con l’ironia, qui invece sceglie un tono monocorde, come se stesse documentando un dato di fatto. Nello skit Lakewood Mall, l’amico Pac Slimm – che ora è in carcere – racconta della volta in cui Vince scappò da una festa, evitando potenziali problemi con la legge. Staples lo racconta come la prova del fatto che bisogna stare sempre in campana. Lo skit racconta anche una delle strade e dei locali a cui allude più spesso (in questo caso il McDonald’s presso il Lakewood Mall), così come le persone che lo frequentano, e fa parte di un disegno più grande, una mappa di North Long Beach per come la vede il rapper.

Se il disco è breve (10 brani per un totale di appena 22 minuti) è perché Vince Staples è un rapper lapidario. Taking Trips evoca una tecnica già usata in altri pezzi, Hands Up e Blue Suede, che consiste nel condensare tutti i doppi sensi nella parola “trippin’”. L’idea torna qualche canzone più avanti, in Lil Fade, ma in versione più complessa, e la scrittura concisa e furba di Staples fa sì che il disco sembri particolarmente lucido dall’inizio alla fine.

C’è questa immagine nella traccia d’apertura Are You With That?: Staples è al cimitero, in visita alle tombe degli amici morti. Nel pezzo, alterna passato e presente senza soluzione di continuità. “Ogni volta che mi mancano quei giorni / Visito i miei amici che riposano / Sottoterra, corrono in giro / Eravamo ragazzini che giocavano”. Staples ha vissuto un’intera esistenza all’ombra della morte. Non è mai stato così chiaro come in questo disco.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US

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