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‘Uno di noi’ è il Western-show di Kevin Costner e Diane Lane

La splendida coppia di ‘pro’, in rigorosa camicia di flanella, tiene in piedi un film un po’ risaputo. Ma che, proprio grazie alle due icone protagoniste, non può non farci tenerezza
3 / 5

Diane Lane e Kevin Costner. Una rischiosa missione di salvataggio nel North Dakota. Molto dolore, e una punta di perfidia courtesy by un’acconciatissima Lesley Manville. Aggiungeteci poi un pizzico di violenza, e la ricetta è fatta. Uno di noi, scritto e diretto da Thomas Bezucha e al cinema dal 29 luglio, è l’adattamento dell’omonimo romanzo neo-Western del 2013 di Larry Watson, e cerca di amalgamare tutti gli ingredienti nel modo giusto. Il duo di prim’ordine sopra citato si trova a interpretare rispettivamente i ruoli di Margaret e George Blackledge, una coppia del Montana che ancora sta elaborando la scomparsa del figlio, morto in un incidente. La loro nuora, Lorna (Kayli Carter), se ne va poco dopo, insieme al nipotino di tre anni dei Blackledge, al seguito del nuovo marito, un balordo di nome Donnie Weboy (Will Brittain). La dura e al contempo dolce Margaret era solita addestrare cavalli con il figlio; George, invece, era uno sceriffo. Non puoi fuggire con l’erede del tuo figlio perduto e pensare che quei due non ti si mettano alle calcagna.

Così come ti aspetti che Costner e Lane – nei panni di una coppia umile e rurale com’era quella dei genitori di Clark Kent nell’Uomo d’acciaio – siano l’elemento principale che rende questo film meritevole di essere visto. E infatti è così. È un prodotto di solido intrattenimento, retto da due professionisti che ne sono la spina dorsale e che riescono a trarre il meglio da una scrittura che funziona soprattutto quando lascia spazio alle emozioni degli attori protagonisti. Un esempio: il momento in cui Margaret, colei che scopre che Lorna e il resto della famiglia se ne sono andati senza dire una parola, decide di seguirli. Non chiede di poterlo fare. «Mi conosci abbastanza, ormai», dice al marito. «Non tornerò qui senza di lui», intendendo il nipotino. La donna ha intenzione di mettersi in cammino con o senza George, e lui sa già che andrà così in ogni caso. Così come lei sa benissimo che non lui non la lascerà mai andare via da sola.

C’è un doloroso senso di perdita che percorre tutto il film, e che non abbandona mai i Blackledge nel loro viaggio tra i panorami del North Dakota per andare a confrontarsi con il violento clan Weboy. Quella famiglia arretrata e isolata sembra un po’ amorfa, rispetto alla sensazione di terrore incombente che il film vorrebbe associarle. Ma trova una splendida matriarca in Blanche Weboy, grazie anche a una Lesley Manville che, tra le altre cose, si diverte moltissimo a masticare rumorosamente in scena. Appare dall’oscurità con un casco di capelli che sembra gridare «Sto facendo il mio ingresso in scena!» e, con un accento marcatissimo, mette tutta la sua strafottente cattiveria in battute come «Ah, non siete venuti qui per le mie costolette?» o «Siete ebrei?». Non è una sorpresa il fatto che, tra tutti gli interpreti schierati in campo, lei sia quella che, se mai dovesse scegliere un’arma, prenderebbe un’ascia.

L’insieme non è solenne come vorrebbe, né abbastanza trash. Diciamo che, il più delle volte, è tutto un po’ troppo risaputo (vedi battute come: «A volte la vita è solo questo, Margaret: una lista di cose che abbiamo perso»). La colonna sonora di Michael Giacchino si sforza troppo per dare un senso di intimità e calore locale. Ma i lampi violenza, che presto diventano più che semplici lampi, sono un contrappunto dark che funziona. E, in generale, la vibe da dark – per quanto trito – neo-Western è ciò che, a sorpresa, funziona meglio. Vedi la scena in cui Margaret guarda Donnie scagliarsi per strada contro la sua famiglia, e al modo in cui Bezucha palleggia il suo sguardo tra le reazioni quasi da film horror sul volto di Lane e l’ordinaria brutalità di un marito imprevedibile.

Il fatto è che bastano Lane e Costner in camicia di flanella per confezionare un film che, nonostante tutto, ha il suo fascino. Tutto il resto è una sequela di scene molto più deboli delle semplici parole con cui Costner si complimenta con la moglie per l’arrosto («È solo che ormai ci sei abituato», replica lei con grande tenerezza), o quando ruba un po’ di glassa in cucina, o quando la zittisce per i rimproveri sul troppo whisky bevuto, o quando viene invece zittito perché cerca di dissuadere la donna dall’intraprendere la sua missione.

Questi piccoli dettagli valgono più dell’esplorazione di certi temi del film – le conversazioni sull’invecchiare, i flashback drammatici – che invece restano cose già affrontate altrove, e meglio. La svolta thriller serve solo ad aggiungere un po’ di ritmo e suspense al racconto. Certo, c’è di peggio rispetto a una storia che piazza due iconici Mamma e Papà d’America dentro una detective story a sfondo country, esponendoli ai peggiori pericoli e mettendoli di fronte alla pancia più profonda del West. È che il film vuole spingersi troppo oltre. C’è una sottotrama che riguarda un nativo americano, Peter Dragswolf (Booboo Stewart), che è storicamente necessaria, ma che resta del tutto accessoria rispetto alla storia principale. Non è difficile provare una certa tenerezza, di fronte a questo continuo deragliare di Uno di noi. È ciò che, in fondo, rende il film apprezzabile. Ma è anche quello che ti fa continuamente pensare che avrebbe potuto essere molto di più.

Da Rolling Stone USA

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