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‘Unbelievable’ è una lezione su come raccontare la violenza sessuale in tv

Grazie a un cast sublime e a una grande sceneggiatura, la nuova serie Netflix – adattamento di una storia vera – trasforma la caccia a uno stupratore seriale in un grande prodotto televisivo

Kaitlyn Dever in 'Unbelievable'

Foto: Beth Dubber/Netflix

Verso la fine della nuova miniserie di Netflix Unbelievable, un avvocato lamenta uno dei tanti modi sfortunati in cui lo stupro viene trattato diversamente dalle forze dell’ordine rispetto ad altri crimini gravi. “Nessuno accusa mai una vittima di una rapina di mentire”, osserva. “Ma quando si tratta di violenza sessuale?”.

Marie (Kaitlyn Dever di Booksmart) viene accusata di mentire – più volte. La storia si apre con la polizia che arriva alla struttura per giovani a rischio in cui si è trasferita dopo aver lasciato il sistema di affidamento. “Sono stata stuprata”, dice Marie apertamente. Mentre collega la storia ai detective assegnati al caso, Parker (Eric Lange) e Pruitt (Bill Fagerbakke), vediamo brevi e dolorosi flash dell’esperienza, abbastanza da suggerire forte e chiaro che non l’ha inventata. Ma i poliziotti e le sue ex madri affidatarie hanno dubbi su alcuni dettagli della storia e non capiscono perché Marie sembri tanto calma. E mentre la sua storia continua a cambiare sotto interrogatori ripetuti e sempre più bellicosi, i detective esasperati non solo lasciano cadere il caso entro i termini, ma accusano Marie di aver dichiarato il falso.

Questa parte della storia – adattata da Susannah Grant, Michael Chabon e Ayelet Waldman da un’indagine di ProPublica – occupa tutta la prima ora di Unbelievable. È tra gli episodi di una serie più efficaci e brutali che vedrete, anche in un anno difficile che ci ha già regalato prodotti del calibro di When They See Us, Chernobyl e Our Boys. La regista Lisa Cholodenko è attenta a quanto della violenza mostrare (e come presentarlo), eppure non batte ciglio nel rappresentare l’orrore che Marie ha vissuto, e il secondo calvario che la polizia l’ha costretta a sopportare. In quella che non sarà una sorpresa per le persone che la ricordano come spacciatrice di erba minorenne Loretta McCready in Justified, la performance di Dever è cruda, onesta e incredibilmente forte. Eppure, alla fine di quell’ora, ero terrorizzato dalla prospettiva di vederne altri sette così.

Ed è proprio qui che Grant (alla regia anche di diversi episodi successivi) e soci, come il team ProPublica prima di loro, portano la storia in una direzione inaspettata e molto gradita. La seconda puntata arriva rapidamente alla città natale di Marie, nello stato di Washington, in Colorado, dove la poliziotta locale Karen Duvall (Meritt Wever) sta intervistando una vittima di stupro di nome Amber (Danielle Macdonald). Mentre Karen cerca delicatamente e pazientemente di tirare fuori dei dettagli utili da Amber, due cose diventano subito chiare: in primo luogo, Karen è molto più sensibile e semplicemente più brava a interagire con una vittima rispetto ai detective. In secondo luogo, sembra che Amber stia descrivendo lo stesso uomo che ha attaccato Marie.

Da questo punto in poi, Unbelievable diventa due show che operano sotto lo stesso titolo. Il primo continua a seguire Marie all’indomani del suo stupro, della sua condanna pubblica e dell’ostracismo perché aveva gridato al lupo. E questa parte rimane appropriatamente, inesorabilmente triste, anche quando il terapista (Brooke Adams, meraviglioso) – imposto dal tribunale come parte del patteggiamento cui Marie deve sottostare per l’accusa di falsa denuncia – piano piano cerca di aiutare Marie nel modo in cui gli sbirri ovviamente non erano in grado di fare.

Il secondo è un buddy-movie procedurale, che accoppia la intelligente ma inesperta Duvall con Grace Rasmussen (Toni Collette), una veterana di una comunità vicina che indaga su un caso in cui l’aggressore usa un modus operandi simile. Mentre le due si rendono conto di avere a che fare con uno stupratore seriale, questa seconda metà di Unbelievable è propulsiva, avvincente e a volte anche stranamente divertente per il contrasto tra il temperamento delle due poliziotte (Karen metodica ed empatica, Grace impaziente ed emotivamente molto dura) e il modo in cui devono istruire colleghi maschi ben intenzionati sulle molte mortificazioni della vita di una donna. (“Curiosità”, dice Grace a un tirocinante che pensa di aver appena risolto il caso, “i sottoposti
delle donne non stanno mai al loro posto”).

Ci sono alcune scene in cui Wever e Collette si limitano a recitare dati statistici sulla violenza sessuale e domestica, cercando collegamenti tra le due. Ma questi dati sono elencati da due vincitrici di Emmy (Wever per Nurse Jackie e Godless, Collette per United States of Tara) che rendono i rispettivi personaggi vitali e credibili nel ruolo di detective. L’evoluzione del caso, e le numerose false piste in cui incappano le protagoniste, fanno sì che la storia resti sempre fresca, anche quando lo show mostra le parti più noiose del lavoro di investigazione.

(Guidando su una lunga e vuota autostrada del Kansas, in viaggio per inseguire una pista, Karen inizia a cantare una canzone di Dan Zanes che passa alla radio, esattamente come farebbe qualsiasi mamma della sua età. È allo stesso tempo entusiasta per quello che la canzone rappresenta e alla disperata ricerca di qualcosa che possa distrarla dal caso, e osservare queste emozioni che si danno battaglia sul volto della Weaver è straordinario).

Il lato poliziesco di Unbelievable è così entusiasmante da rendere la parte della serie dedicata a Marie molto più difficile da guardare. La sua storia è necessaria per umanizzare non solo le vittime del rapitore seriale, ma anche il costo emotivo di chi subisce l’autorità senza avere la sensibilità di Duvall e Rasmussen. A metà racconto, però, ho iniziato a sentirmi così male per Marie da sperare che uno dei poliziotti del Colorado inciampasse nell’indizio giusto per collegarla al caso. Le due storie, comunque, restano parallele fino al momento in cui è necessario che si intersechino. E quando succede, la catarsi è potente proprio perché il team creativo ci ha costretti a soffrire insieme a Marie.

La violenza sessuale è un tema difficile e delicato, e sono troppe le serie che lo sfruttano come stampella narrativa. Drammatizzazioni pigre possono compromettere la gravità dell’argomento e fare un genuino disservizio a chi quel trauma l’ha vissuto davvero. In Unbelievable, il team creativo e un cast di attori straordinari trattano il tema con la serietà e la grazia che merita, riuscendo contemporaneamente a raccontare una storia grandiosa.

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