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Umberto Maria Giardini è rimasto se stesso

E il suo "Forma Mentis" va ascoltato tutto d'un fiato perché già dal primo ascolto non si sa nemmeno se sia vero tanto è bello

Esistono principalmente due modi per affrontare il festival di Sanremo per la prima volta. Il primo è quello di edulcorare la propria musica in un pezzo dalle inflessioni (più o meno) romantiche e (più o meno) soporifere a orchestrazione melò. Il secondo è quello di usare quel palco per lanciare a ogni costo un messaggio alla Nazione, con (più o meno) vaghe indicazioni su come pensare, ascoltare la musica, parlare, giudicare… vivere.

L’idea di fondo insomma di molti artisti (o di chi per loro) è che bastino queste due semplici mosse per “conquistare” il “grande pubblico” con un singolo passaggio. Questo è certamente vero se sei già Albano e il tuo problema sarà solo quello di fare commuovere le nonne di mezza Italia con la tua nuovo canzone, ora rivolta ai buoni sentimenti ora rivolta ai buoni propositi; lo è meno se invece sei una faccia completamente estranea all’immaginario musicale del pubblico sanremese e in quei minuti devi farti conoscere da zero o quasi. Né l’uno né l’altro, ci sono alcuni temerari musicisti che decidono di presentarsi per quello che realmente sono, portando solo e autenticamente sé stessi. Umberto Maria Giardini – all’epoca ancora Moltheni – fu uno tra i primi nel lontano 2000, oramai quasi venti anni fa. Ed eccolo ancora qua, fresco come una rosa. Non certo un mostro di simpatia come allora (“Si crede ‘sto cazzo” si dice da sempre), ma Umberto è sicuramente uno dei personaggi della scena italiana il cui esempio di integrità può essere tramandato ai posteri senza il timore di prendere abbagli.

In questo nuovo quarto capitolo, dopo la scelta di abbandonare il fanciullesco pseudonimo, c’è quel tiro che il rock italiano (ma non solo) ha avuto in un frangente degli anni Novanta e, francamente, tutto ciò non era poi prevedibile perché sebbene artefice di una discografia coi fiocchi, Umberto è quel genere di fuoriclasse che sono più le volte che ti disorienta (l’impronta anni 80 del progetto Stella Maris, le dinamiche di Futuro Proximo) che ti lascia statico. Fate conto una sorta di Roberto Baggio dell’alternative. Quindi Forma Mentis va ascoltato tutto d’un fiato perché già dal primo ascolto non si sa nemmeno se sia vero tanto è bello.

L’iniezione elettrica che Andrea Scardovi deve avere fatto a Umberto durante l’incisione del disco deve avergli fatto un gran bene, tanto che  l’iniziale La Tua Conchiglia non sfigurerebbe in un disco dei Brian Jonestown Massacre del carismatico Anton Newcombe. Anche il suo modo di cantare sembra più vario e pieno di coloriture (Luce, Pleiadi in un Cielo Perfetto). Ogni tanto si lascia andar e intona quel suo timbro (diciamo) storico, lamentoso e sofferente al tempo stesso, che alla lunga aveva un po’ stancato, ma i ritmi gli tolgono la parola di bocca e rientra subito nei ranghi (Argo) senza scimmiottare il proprio passato.

Mi sembra che ne abbia abbastanza di essere la fotocopia sbiadita di un adolescente; di fare anche la pantomima della primadonna in ansia o dell’hippie annoiato. E anche i suoi numi tutelari di sempre, Nick Drake, Elliott Smith o Jim O’Rouke che siano, non sono più ingombranti (anche se in Tenebra vegliano in tre minuti semplicemente perfetti) e, su brani come Materia Nera, praticamente inesistenti, sostituiti da aperture sfacciatamente spigliate.

Quando poi affronta temi poetici, come in Le Colpe dell’Adolescenza o Pronuncia il Mio Nome, UMG sa essere persino superlativo riuscendo ancora a cesellare versi come pochi altri qua in Italia, con l’accompagnamento calzante della chitarra o del pianoforte, senza che ci sembri di continuare a leggere pagine già conosciute e scandagliate a fondo.

Come uomo adulto, Umberto Maria Giardini può piacere o essere detestato come il trentenne che si presentò a Sanremo e in Forma Mentis, la canzone, accompagnato alla chitarra da Adriano Viterbini (dei Bud Spencer Blues Explosion, un altro che passa per non essere una spremuta di simpatia), crea proprio la summa di ciò che si può amare alla follia oppure odiare irrimediabilmente: voce tremula ma compita su testi immensi e musica “classicamente” rock che faticherà come sempre a trovare sbocchi commerciali di ampio respiro perché, alle vetrine che implicano penitenziali costrizioni formali, preferisce ancora e temerariamente essere sé stesso.  

 

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