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‘True Detective 3’: come la prima volta. O quasi

Tutto giusto, senza sbavature. La terza stagione torna alle origini e, anche grazie alla grande interpretazione di Mahershala Ali, per ora convince, sì, ma non sconvolge.
3.5 / 5

Questa volta, la terza, sembra tutto giusto ancor prima di iniziare, a partire dal pezzo scelto per la sigla, che è sempre stata una delle grandi bellezze di True Detective: una cover by Cassandra Wilson di Death Letter, scritta dall’icona del Delta blues Son House, brano tra i più tormentati e strazianti del genere. E, come da tradizione dello show, anche visivamente i titoli di testa riprendono lo stile dark e atmosferico a doppia esposizione fotografica, in cui i personaggi si fondono con il paesaggio, da sempre uno dei protagonisti della serie antologica che ha permesso alla tv di guardare definitivamente dall’alto in basso il cinema.

Per fortuna, la periferia californiana e la superstrada di Los Angeles che soffocavano la seconda stagione sono lontane. Si torna alle origini, in tutti i sensi: agli spazi aperti, ai cieli immensi del sud profondo e rurale degli Stati Uniti. Dalla Louisiana voodoo e decadente, in cui Rust Cohle (Matthew McConaughey) e Marty Hart (Woody Harrelson) si muovevano tra gli alberi sparsi nella pianura e il paesaggio urbano spettrale sull’orizzonte lontanissimo, si sale un po’ nella mappa degli USA, fino all’altopiano depresso di Ozark, tra l’Arkansas e il Missouri, abitato dal disagio e dal fallimento.

Anche qui c’è una bizzarra coppia di detective che deve risolvere un caso di omicidio creepy as fuck. Anche qui il più tormentato dei due, Wayne Hays – veterano che sta ancora combattendo i fantasmi del Vietnam – è interpretato da un attore fresco di Oscar, Mahershala Ali, mai percepito come leading man prima d’ora. C’è una vittima, un ragazzino di 12 anni, il cui corpo è stato trovato in una posizione rituale, accompagnato da alcuni simboli pagani intrecciati con materiali naturali, mentre la sorella minore risulta ancora scomparsa.

E c’è un’indagine, che è una sorta di discesa negli inferi e si sviluppa non su due, ma su tre piani storici: inizia nel 1980 (con la cofana un po’ Playmobil che è l’unica cosa a non convincere di Ali), viene ripresa nel 1990 con il protagonista diventato padre di famiglia ed è rivisitata di nuovo nel 2015, quando ripercorrere il caso per un documentario tv aiuta Hays a combattere i primi segni dell’Alzheimer.

Il creatore di True Detective Nic Pizzolatto non poteva essere più chiaro nell’intenzione di farci dimenticare la seconda stagione, quella in cui Colin Farrell e Rachel McAdams combattevano contro forze di polizia corrotte, tornando a tutto quello che aveva funzionato della prima. Sì, i dialoghi sono meno letterari – non sentirete nessuno filosofeggiare alla “Time is a flat circle” per intenderci – e tutto si concentra maggiormente sul lato investigativo e sulle difficoltà di essere un veterano e un detective di colore nei primi anni ‘80. Anche Hays beve e ha i suoi demoni, che però non sono paragonabili ai mostri di Cohle e al suo amore smisurato per le lattine di birra (Probabilmente è impossibile scrivere.

Ali è notevole in tutte e tre le versioni del suo personaggio, persino invecchiassimo riesce a essere naturale nel suo one-man-show. La dinamica con il partner West (un ruolo volutamente poco scritto, ma interpretato meravigliosamente da Stephen Dorff) non ha niente a che vedere con quella di Rust e Marty. È invece la complessità della relazione tra Hays e Amelia Reardon (Carmen Ejogo), un’insegnante locale che si innamorerà di lui e che scriverà un libro sul caso, è il modo in cui si amano e allo stesso tempo si tormentano, a lasciare il segno. Pizzolatto aveva provato a rispondere alle critiche sui personaggi femminili unidimensionali della prima stagione con il character di Rachel McAdams nella seconda, ma non ci era riuscito: la detective Ani Bezzerides (nonostante la bravura della McAdams) avrebbe potuto essere tranquillamente trasformata in un personaggio maschile senza cambiamenti sostanziali nella scrittura. Amelia invece vive a 360 gradi. E vive anche quando non c’è più.

Tutto giusto insomma, senza sbavature: un mystery-crime intelligente, ben scritto, ben recitato e ricco di spunti (almeno per i 5 episodi che abbiamo visto). È abbastanza? Potrebbe, ma dalla prima stagione di True Detective a oggi, quanti show descrivereste in questo modo? Non pochi. E quanto è cresciuto il pubblico? Tanto.

Manca la magia, quella coincidenza astrale di fattori che aveva fatto della prima stagione un capolavoro (provateci voi a riscriverlo un altro Rust Cohle). E manca colui che ormai si è definitivamente svelato come il deus ex machina del trionfo originale della serie: quel visionario di Cary Joji Fukunaga, capace di intrecciare profondamente una storia che ruotava intorno a due personaggi con il paesaggio fisico e culturale della Louisiana, tirando fuori sequenze epiche. Ecco, True Detective 3 convince, sì, ma non sconvolge.

Dal 14 gennaio dalle 21.15 su Sky Atlantic e Sky On Demand in v.o. sottotitolata. Dal 21 gennaio tutti i lunedì in lingua italiana.

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