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‘Toy Story 4’ è uno spettacolo, ma bisogna avere il coraggio di dire basta

È il momento di fare la scelta meno ovvia, di chiudere gli occhi davanti al box office. E di salutare Woody, Buzz e soci per l'ultima volta

Toy Story 3 era un capolavoro: scavava più in profondità rispetto ai due capitoli precedenti, faceva ridere, piangere ed era visivamente pazzesco. Chiudeva anche alla grande quella che sembrava una trilogia: Andy, il bambino di Woody ormai cresciutello, partiva per il college. E, in una scena strappacuore, affidava il cowboy e i suoi giochi a un’altra ragazzina, la timida Bonnie. The end. O almeno così credevamo, intenti com’eravamo a salutare in lacrime Buzz e soci.

Contrordine. Nove anni dopo arriva il quarto film della saga sui giocattoli che sono più umani degli umani. Con almeno due aggiunte esplosive e un attesissimo ritorno. La prima new entry è una forchetta di plastica trasformata dalla piccola Bonnie durante il primo giorno di asilo in un giocattolo, con tanto di occhi, bocca, mani e piedi messi insieme alla bell’è meglio.

“Sono spazzatura”, dice Forky, che nella versione originale è doppiato da Tony Hale e in quella italiana da Luca Laurenti. In realtà il personaggio è una piccola meraviglia che potrebbe essere semplicemente monodimensionale e invece alla fine ruba la scena. La sequenza in cui Forky cerca di suicidarsi buttandosi ripetutamente nel cestino e Woody continua a salvarlo sulle note di I Can’t Let You Throw Yourself Away di Randy Newman è epica.

Il cowboy (con la voce di Tom Hanks e da noi, per la prima volta, senza quella di Fabrizio Frizzi) si lega a Forky quando viene messo da parte da Bonnie, che gli toglie persino la stella da sceriffo per appuntarla alla camicia della cowgirl Jessie. E quando la forchetta si perde durante un viaggio, fa di tutto per ritrovarla. Mentre cerca il nuovo amico, Woody si imbatte nella sua vecchia fiamma, la pastorella Bo Peep, che è diventata una vera e propria bad ass: non appartiene più a nessuna bambina, ma è a capo di una piccola banda con le sue tre pecorelle. Bo insegna alla Jasmine del live action di Aladdin come si costruisce una svolta femminista degna di questo nome.

L’altra nuova star indiscussa di Toy Story 4 è, rullo di tamburi… Duke Caboom, uno stunt-man canadese abbandonato dal suo bambino perché non era non in grado di fare le stesse acrobazie della pubblicità. Chi presta la voce a Duke? In inglese Keanu Reeves (who else?!) protagonista di un meritato rinascimento dopo John Wick 3, e in italiano il grande Corrado Guzzanti.

La minaccia di diventare inutili, desueti e, per estensione, l’incombenza della fine, della morte sono ovunque in Toy Story 4, ogni personaggio cerca un modo per affrontare e sconfiggere quella paura. E se questo nuovo film ci ha dimostrato che la saga aveva ancora qualcosa da dire reintroducendo vecchi amici e presentandone di nuovi, ora è il momento di predicare bene e razzolare altrettanto bene. È il momento di fare la scelta meno ovvia, di chiudere gli occhi davanti al box office per preservare una storia che ha cambiato il mondo dell’animazione e la nostra infanzia. Ogni volta i maghi della Pixar ricreano un senso di meraviglia infantile dannatamente vicino al genio. Ma è ora di avere il coraggio per scrivere davvero fine sui titoli di cosa, adesso che quella parola ha ancora un bellissimo senso.

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