Rolling Stone Italia

Tosto, arrapato e divertente: ‘Wet Leg’ è l’album di cui il rock aveva bisogno

Se non l’avete già fatto, ascoltate il disco del duo dell’Isola di Wight di cui tanto si parla: chitarre rumorose, testi incazzati e allo stesso tempo spassosi, fame di vita
4 / 5

Ci sono vari modi per entrare nella storia del rock. Uno è urlando “sono andata a scuola e mi sono presa il Big D” (gioco di parole fra le parole “diploma” e “dick”, ndt). Grazie alle bombe che hanno sganciato l’anno scorso, Chaise Longue e Wet Dream, le inglesi Wet Leg sono diventate la band sulla bocca di tutti. Merito di una formula perfetta che prevede schitarrate post punk e versi sarcastici su sesso e vendetta.

Rhian Teasdale e Hester Chambers vengono dall’Isola di Wight (qui l’intervista) e hanno deciso di mettere in piedi il gruppo su un traghetto. Sono le prime a considerare strana l’attenzione che le circonda. Del resto la gente ha una gran voglia di band come questa: due donne armate di chitarre elettriche feroci, fighe, arroganti, arrapate, divertenti e per nulla intenzionate a chiedere scusa per come sono. Erano anni che non si sentiva roba altrettanto eccitante e Wet Leg è l’album di cui il mondo aveva bisogno.

Il disco è pieno di pezzi come Piece of Shit o Ur Mum cattivi, ma in modo spassoso e con ritornelli che ti restano attaccati per giorni. Il bello è che le Wet Leg hanno scritto e registrato l’album un anno fa, molto prima del boom di Chaise Long, quando erano molto semplicemente due amiche che combattevano la noia facendo casino e mandando affanculo il mondo intero. Come ha detto Teasdale, «è frutto della mentalità da tredicenne a un pigiama party».

I pezzi migliori restano i primi singoli. Chaise Longue parla di disagio post diploma, Wet Dream racconta senza alcun pudore i dettagli sessuali. Solo una come Teasdale può cantare un verso ridicolo come “vuoi venire a casa con me? Ho il DVD di Buffalo ’66”. Non che le Wet Leg ci vadano piano quando si tratta di prendere di mira i lati peggiori dei maschi. Come dice Teasdale a un ammiratore in una canzone, “dici che mi pensi quando viene la notte, ma secondo me ti fai una sega sotto la doccia”.

Elenco delle cose che le Wet Leg odiano: le occasioni di socializzazione (“Alla festa l’ambiente era sopravvalutato”), le app di dating, la cura di sé (“Ho bisogno di un bagno di bolle per rimettermi in forma”), gli ex (“Se davvero tu fossi meglio di me prenderei in considerazione l’idea di farsi una scopata d’addio”) e ovviamente i supermercati. Detestano uscire (I Don’t Wanna Go Out), ma pure restare a casa (Too Late Now). Brevissimo elenco delle cose che le Wet Leg approvano: David Bowie (vedi il ritornello di The Man Who Sold The World) e le chitarre. Non chiedono granché alla vita. Vogliono “divertirsi tutto il tempo”.

Le Wet Leg sono la classica guitar band inglese. Se fossero esistite negli anni ’90 sarebbero state lì con Elastica e Pulp, dieci anni dopo con Franz Ferdinand, Rakes e Maccabees. Teasdale è la cantante e chitarrista principale, affiancata dalle tastiere del produttore Dan Carey. Chambers aggiunge il suo tocco personale e si prende i riflettori in Convincing.

In un certo senso, si rifanno allo stile slacker dei Pavement, ma come loro lo trasformano in una dinamica esplosiva fatta di tensione-e-rilascio. Le canzoni sono montagne russe emotive piene d’ironia sardonica, ma senza rinunciare a dire qualcosa sulla politica dei sessi. Piece of Shit è un apparenza solo un diss divertente, ma nasconde riflessioni ficcanti sulla misoginia. E lo stesso si può dire di Loving You e Ur Mum, in cui Teasdale fa a pezzi un ex: “Quando penso a quel che sei diventato / mi dispiaccio per tua mamma”.

E insomma, le Wet Leg sono due rocker che vogliono troppo, che sentono troppo, che odiano troppo e che vogliono troppo divertirsi. Non stupisce che il mondo sia caduto ai loro piedi. Dopo due anni di tristezza da quarantena, c’era tanat voglia di roba come questa e le Wet Leg sono stupite quanto noi d’essere state in grado di intercettare questo sentimento culturale. A giudicare dal disco, non è che l’inizio.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

Iscriviti