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Torna Africa Express, il treno pazzo guidato da Damon Albarn

Decine di musicisti, contaminazione di generi e collaborazioni futuristiche: il progetto più assurdo del frontman dei Blur torna con 'EGOLI', un doppio LP imperdibile
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Qualche tempo fa era andata a finire con Damon Albarn trascinato via di forza dal palco, praticamente a ridosso delle prime luci dell’alba, dopo uno show durato tipo cinque ore. «Are we out of time?» chiedeva mentre lo stage manager Dave Prentice, un energumeno non a caso conosciuto con il nome di “Big Dave”, lo prendeva in braccio come si fa con un figlioletto da portare a nanna. Sin dalla sua fondazione, tredici anni fa, il collettivo Africa Express è stato apprezzato per gli show memorabili, concerti spettacolari e pieni di ospiti e sorprese: Fatboy Slim, Jupiter Bokondji, K’naan, Massive Attack, Paul McCartney che duetta con John Paul Jones, Mista Silva, reunion dei Blur e cover pazze dei Gorillaz e, mai come in questo caso ha senso dire: tanto, tanto altro.

Assieme alla fama di appuntamento imperdibile, l’Africa Express ha da subito guadagnato il prestigio delle iniziative ben riuscite, in questo caso, con il pregio di non sembrare la classica iniziativa di beneficienza di facciata, post-coloniale e senza tracce di appropriazione culturale. Sarebbe francamente complicato, visto che la maggior parte degli artisti coinvolti sono africani e c’è grande indipendenza e possibilità di sperimentare e contaminare senza apparentemente dover rispondere a leggi di mercato o di appeal. Non bastasse, c’è anche un messaggio politico abbastanza chiaro, a partire dal coinvolgimento di musicisti-rifugiati siriani o nella scelta delle location dei concerti, dal deserto del Sahara alle prigioni, scuole, fattorie, mentre sul fronte occidentale, dai prestigiosi palchi di Glastonbury o dalle celebrazioni delle Olimpiadi Culturali, sono stati mandati messaggi molto chiari al resto del mondo.

Dal punto di vista musicale, sembra proprio che si sia riuscito a creare un canale credibile di contaminazione e influenza reciproca al di fuori del trito schema della “world music” o della musica etnica (che poi che vuol dire?), sintetizzando sonorità tradizionali, pop e futuristiche di due continenti, decine di musicisti e un bel po’ di generi mischiati. Il risultato è EGOLI, un doppio LP di diciotto tracce, in buona parte frutto di jam session e registrato in una settimana a Johannesburg. Il disco si apre con una traccia intitolata non a caso Welcome, un benvenuto dai molteplici significati affidato al desert blues di Phuzekhemisi. Poi si passa all’afro-beat di The river, frutto della collaborazione tra Muzi, Zola 7 & Mahotella Queens. Damon Albarn arriva solo alla sesta traccia, con l’acida e paranoica Become the tiger, per riapparire solo nelle tracce finali con il funky di I can’t move e See the world, un congedo ancestrale che sarebbe pretestuoso considerare una specie di equivalente di Tender con il gospel finale.

Nel mezzo c’è tantissimo altro, hip-hop, r’n’b, trip-hop, folk, house, in alcuni casi roba non tanto riuscita, in altri casi piccole perle, tipo il duetto acustico Absolutely Everything Is Pointing Towards the Light tra Gruff Rhys & Zolani Mahola, The return to Bacardi di DJ Spoko e FAKA, che fa pensare un bel po’ all’house di Chicago, e ancora Twirl featuring tra Poté & Ghetts. Una compilation, più che un album, tanta roba, forse, inevitabilmente pure troppa. La coda finale ripete «I want to see the world trought your eyes», ma forse dovremmo farlo noi occidentali.

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