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Tomb Raider e l’eredità scomoda lasciata da Angelina Jolie

Esce oggi nei cinema il nuovo capitolo della bella archeologa dei videogiochi. Ma reggere il confronto con i predecessori è un'avventura molto più complessa del normale.

Partiamo con alcune premesse. La Lara Croft che ha dovuto interpretare Alicia Vikander nel nuovo capitolo di Tomb Raider è molto più complessa di quella affidata ad Angelina Jolie.

Non è infatti la professionista dell’avventura dipinta nei primi videogiochi, bensì una ventunenne insicura alla ricerca del padre, scomparso sette anni prima in circostanze misteriose e ormai dato per morto. Un prequel insomma, che si rifà alla storia di Tomb Rider, penultimo videogame uscito nel 2013 per varie piattaforme di gioco. Alla giovane Lara quindi mancano tutte le skills e l’esperienza che rendevano vita facile alla Jolie nei primi Duemila. Non ha nemmeno le due pistolazze, perché è naufragata nella misteriosa isola di Yamatai sulle tracce del padre scomparso. Proprio sull’isola infatti riposa un’antica regina del Giappone feudale, rinchiusa nel suo sarcofago insieme a una potentissima maledizione. Un’arma potenzialmente letale, che se cadesse nelle mani sbagliate potrebbe mettere in ginocchio l’intera umanità.

Seconda premessa, nel gioco di cui sopra la scelta di Eidos, la software house proprietaria, ha scelto di dare alla ragazza molta più veridicità. Addio quindi all’eroina indistruttibile che può cadere da dieci metri senza scomporsi nemmeno la coda. Stesso vale per il film: se Lara cade, Lara si fa male e quindi si comporta come le persone normali—si lamenta, sviene, ha bisogno di cure, ecc.

Ecco, quindi partiamo da un format di protagonista ben diverso, a cui i gamer saranno già abituati ma gli altri no. Nello specifico, poi, Alicia Vikander come appeal e qualità recitative non eccelle, specie se inevitabilmente confrontata con una bomba a neutroni come Angelina Jolie. Alicia è spesso asettica nell’interpretazione, per quanto Walton Goggins nel ruolo del cattivone Vogel, freddo, spietato e senza scrupoli, sia a dir poco perfetto.

Infine Roar Uthaug, regista norvegese alle prese con uno dei suoi primi lavori hollywoodiani, che non si capisce se per colpa sua o dei soliti produttori finisce per scadere nel cliché degli spiegoni, magari proprio in bianco e nero. Il solito escamotage per rendere le cose iperchiare a chi non ci arriva ma che alla fine finisce solo per dare sui nervi perché ti senti preso per scemo. I momenti di tensione non mancano—e vorrei ben vedere, è pur sempre un film d’azione—però in generale si avverte non solo una siccità di colpi di scena, ma proprio di invenzioni degli sceneggiatori. Esempio? Trovate le differenze fra la porta con cui si accede alla tomba della regina (nella breve clip qui sopra, no spoiler) e Sissi, la trivella usata per scavare il tunnel del San Gottardo (qui sotto). Eddai, su.

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