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‘Tolkien’, la recensione: un biopic per annoiarli tutti

Il film sulla vita dell'autore de 'Il Signore degli Anelli' non rende giustizia alla sua storia o all'immaginazione che alimentava i suoi libri: è un'estenuante origin story alla disperata ricerca della citazione giusta per accontentare i fan

J.R.R. Tolkien è lo scrittore de Lo Hobbit e de Il Signore degli Anelli, quindi probabilmente sarete elettrizzati all’idea di vedere un film sulla sua vita, convinti che vi attenda un’esplosione di avventure, fantasie sbalorditive e un sacco di azione proprio come nei libri e i film che Peter Jackson ha diretto spaccando al botteghino e agli Oscar. Giusto?

Scusate ragazzi, ma ora arrivano le brutte notizie. Tolkien – pronunciato toll-keen come insiste il film – è un po’ rigido, ricco nelle atmosfere ma povero della scintilla umana che potrebbe davvero raccontare l’uomo dietro il mito. Nessuno può incolpare il formidabile Nicholas Hoult, che investe talento ed energia per interpretare il giovane John Ronald Reuel Tolkien. Dal suo debutto quando era bambino in About a Boy attraverso il lavoro maturo in A Single Man e la sua esplosione gonzo in Mad Max: Fury Road, Hoult è pronto a tutto. Ma i suoi istinti migliori sono annullati nei dettagli del periodo che soffocano tanto il film quanto la sua performance.

Il regista Dome Karukoski (Tom of Finland) lavora su uno script contorto di David Gleeson e Stephen Beresford e si muove così attentamente negli anni formativi di Tolkien, quasi sempre chiamato Ronald, da pensare che gli eredi dell’autore gli stessero puntando una pistola alla testa. Niente del genere. I custodi della memoria dello scrittore avevano da tempo negato qualsiasi coinvolgimento con questo adattamento hollywoodiano. Senza nulla da perdere quindi, ti aspetteresti che il progetto si lanci in voli pindarici. Invece si accontenta timidamente di imbellettare qualcosa che aveva bisogno di un cuore.

La sceneggiatura si perde noiosamente in scenette e dettagli biografici. Tolkien, un orfano senza un soldo, vive con il fratello minore Hilary (James MacCallum) in un collegio inglese per volontà del suo tutore, padre Francis (Colm Meaney). Al prete non piacciono le occhiate che il suo pupillo scambia con un’altra vivace orfana di nome Edith Bratt (Lily Collins), convinto che questo rapporto danneggerebbe le sue possibilità di vincere una borsa di studio a Oxford. È in quelle sale sacre che Tolkien consolida la sua amicizia con tre studenti: Christopher Wiseman (Tom Glynn-Carney), Robert Gilson (Patrick Gibson) e Geoffrey Smith (Anthony Boyle, nella migliore e più sentita interpretazione del film dopo Hoult). I quattro formano una società segreta chiamata T.C.B.S. – Tea Club and Barrovian Society –, dove i ragazzi si incontrano per alimentare la loro curiosità intellettuale e sbronzarsi, sì, di tè.

È qui che si dovrebbe menzionare l’infelice espediente del film che alterna i giorni di scuola di Tolkien e il terribile periodo trascorso nelle trincee della Prima Guerra Mondiale durante la battaglia della Somme. Un’invasione di pidocchi ha portato il futuro scrittore a contrarre la febbre da trincea e, a causa della malattia, è stato mandato in salvo a casa, mentre diversi amici morivano in combattimento.

Tutto questo ci starebbe anche, se il film non si ossessionasse così tanto per collegare ogni incidente della vita di Tolkien alle storie e i personaggi della Terra di Mezzo. In pratica, sarete sommersi di citazioni: il nostro eroe porta Edith all’opera per ascoltare Wagner (“un anello per dominarli tutti”), poi corteggia la futura moglie con un linguaggio inventato che diventerà l’elfico. A Oxford il filologo Joseph Wright (Derek Jacobi) avverte Tolkien che le sue parole inventate devono avere un significato oltre che essere musicali. E si scopre che il TCBS non è solo una società di amici – è una “compagnia”. La sequenza più eclatante, però, si svolge tra le trincee della guerra: i soldati con la maschera antigas sembrano i Nazgûl e Tolkien, traumatizzato dalle esplosioni, vede le bombe incendiarie come se fossero i draghi sputafuoco del suo classico leggendario. Vabbé.

I riferimenti sono senza fine, ed è offensivo che qualcuno abbia pensato che lo scrittore avrebbe tollerato di vedere i momenti della sua vita ridotti a semplici blocchi di una origin story. Di fronte a questo film, chi ama il genio di Tolkien penserà solo a una cosa: fateli smettere.

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