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Thundercat, ‘It Is What It Is’ è un frullato di generi sospeso tra farsa e tragedia

Con il seguito di 'Drunk' il bassista, cantante e produttore affronta il vuoto lasciato dalla morte di Mac Miller. Scritto con Flying Lotus, è un disco avventuroso, spaziale e malinconico
3.5 / 5

Ci vuole una bella faccia tosta e un sacco di gusto per fare quello che il bassista-cantante-compositore-produttore Stephen “Thundercat” Bruner ha fatto nell’ultimo decennio: attraversare jazz, funk, hip hop e pop, analizzare vita, morte e amore, cantare dolcemente con un tenero falsetto frasi come “sarò pure ricoperto di peli di gatto, ma ho un buon odore”. Per farla breve, avere quel raro talento che ti permette di costruire una carriera sul terreno scivoloso, ma fertile in cui s’incontrano tragedia e commedia.

Nel 2017, Thundercat ci è riuscito con il terzo album Drunk. Il seguito, It Is What It Is, ha un orizzonte musicale altrettanto audace e la stessa capacità di accoppiare il goffo con il tragico. Thundercat continua ad analizzare le crisi esistenziali della sua vita quotidiana, soprattutto il vuoto lasciato dalla morte del suo amico Mac Miller.

Ancora una volta costruito con il beatmaker psichedelico Flying Lotus, It Is What It Is funziona al meglio nei momenti più intensi come le prime due canzoni che fondono tastiere scintillanti, meditazione e una performance galattica del sassofonista Kamasi Washington. Il basso di Thundercat funziona come un’ancora e, allo stesso tempo, crea fantasie sonore, come il ritmo pulsante di I Love Louis Cole e How Sway, brano che aggiunge un po’ di delirio da videogame 8bit alla fusion del disco. Il basso martella e oscilla nell’ubriaca (o ubriaca d’amore) Funny Thing, cerca la luce nel marasma di Unrequited Love e si rende ridicolo nella splendida Black Qualls, che tiene insieme un mix intergenerazionale di ospiti, da Childish Gambino a Steve Lacey fino alla leggenda del funk dell’Ohio Steve Arrington. Nel mezzo di tutto questo fiorisce la voce sussurrata di Thundercat e un denso mix strumentale. Le canzoni del disco sono tutte piuttosto brevi, giusto un paio di minuti, e vi lasceranno storditi e disorientati. A volte vi verrà voglia di allacciare le cinture e scavare a fondo; oppure preferirete togliere le cuffie per respirare un po’.

Se la musica di Thundercat è complessa e concettuale, i suoi testi sono spesso molto più diretti. In Miguel’s Happy Dance, per esempio, fa un implacabile discorso auto-motivazionale, per poi cambiare le carte in tavola con una battuta finale. Il suo senso dell’umorismo è sfacciato e idiota, ma attraversato da vera empatia per gli imbranati. Tutto si incastra al meglio in tracce come Overseas e Dragonball Durag, quadretti autoironici di tutte le cose stupide che facciamo per darci forza quando stiamo corteggiando qualcuno.

It Is What It Is ha un flusso narrativo simile a Drunk: leggero all’inizio, oscuro verso il finale. L’album svolta in King of the Hill, che parla di autodistruzione e di “inseguire emozioni scadenti” e che vi farà ripensare agli amici strafatti al centro di uno dei primi brani dell’album, I Love Louis Cole. La canzone preannuncia il blocco finale del disco, tutto dedicato al concetto di perdita, o più specificamente alla morte di Mac Miller del 2018 dopo un’overdose accidentale. L’atmosfera è ovviamente più sobria, gli arrangiamenti più scarni come nell’avvolgente e malinconica Fair Chance, dove un ipnotico arpeggio di chitarra sostiene le strofe di Ty Dolla $ign e Lil B. Anche il testo è più diretto: Thundercat cerca le parole giuste per descrivere quella che essenzialmente è una schiacciante sensazione di vuoto. Alla fine sceglie la frase “it is what it is”, che ripete in tutte le quattro canzoni conclusive dell’album.

Non è una soluzione inedita – è un po’ come dire “que será, será” –, ma per Thundercat non lo è nemmeno fare musica sulla morte di un caro amico: la perdita del musicista jazz Austin Peralta incombeva su tutto Apocalypse (2013) e sull’EP The Beyond / Where the Giants Roam tanto quanto quella di Miller in questo album. Il mantra “it is what it is” cattura l’arrendevolezza di fronte alla sofferenza ricorrente, ma la ripetizione non sembra mai scontata; la frase è disseminata nelle canzoni con cura, appare quando ce n’è bisogno come un sentimento che scala la cima di una coscienza annebbiata. È anche un omaggio a Miller, che usava la frase in What’s the Use?, un pezzo del suo ultimo album Swimming in cui appariva Thundercat.

Se nell’ultimo brano di Apocalypse Thundercat sognava di rivedere Peralta, in It Is What It Is prende quel che può da Miller e lo trasporta nel presente. Nell’ultima canzone dell’album, la title track, canta “Hey, Mac” e la voce del rapper risponde, sommersa dall’eco, un solitario “Woah”. Grazie a questo incoraggiamento, Thundercat decolla verso il posto dove è sempre stato più a suo agio, i confini dello spazio profondo.

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