Thom Yorke e Jonny Greenwood non si divertivano così da anni | Rolling Stone Italia
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Thom Yorke e Jonny Greenwood non si divertivano così da anni

‘A Light for Attracting Attention’ degli Smile trasforma l'ansia del lockdown in rock avventuroso. È musica più libera delle ultime cose dei Radiohead, fatta senza la preoccupazione di scrivere capolavori, e funziona

Gli Smile: Tom Skinner, Jonny Greenwood, Thom Yorke

Foto: Alex Lake

A metà di A Light for Attracting Attention, il disco di debutto degli Smile, Thom Yorke canta “Non annoiateci, andate dritti al ritornello”. Quasi non c’è melodia e ad accompagnarlo sono synth ambient e pianoforte. Poco dopo rilancia: “Vogliamo le parti buone, niente stronzate, né cuori infranti”.

È il genere di frase che lui e Jonny Greenwood si sentono probabilmente dire dai tempi di Ok Computer, da quando cioè con l’altra loro band, i Radiohead, hanno cominciato a battere territori sperimentali. Nel contesto degli Smile, le parole di Yorke suonano tanto dolci quanto ironiche (non c’è alcun ritornello), mentre Greenwood piazza strati di chitarre attorno alla traccia vocale. È la loro versione dei una jam di fine giornata.

Gli Smile sono il progetto post lockdown di Greenwood e Yorke, l’opportunità di lavorare a nuove canzoni senza sentire il peso d’essere i Lennon e McCartney dei Radiohead, o meglio i Waters e Gilmour – il tutto a discapito degli altri membri della band, visto che A Light for Attracting Attention contiene la musica più semplice e godibile che i due hanno scritto in anni.

Certo, non ci sono pezzi con grandi ritornelli come Creep o High and Dry e nemmeno musica buona per TikTok, ma queste canzoni sembrano più solide e tangibili di quelle di A Moon Shaped Pool o The King of Limbs. Oltre all’ovvia influenza dei Radiohead, l’album degli Smile è pieno di riferimenti alla classica contemporanea che tanto piace a Greenwood – vedi le melodie minimali di pianoforte alla Philip Glass – con parti complesse di chitarra alla King Crimson, arrangiamenti jazz per fiati alla Blackstar di Bowie, ritmi kraut reinterpretati dal batterista del gruppo Tom Skinner, che di solito suona con il progetto jazz Sons of Kemet. C’è anche lo storico produttore dei Radiohead, Nigel Godrich, che arricchisce il tutto con arrangiamenti intelligenti per archi, fiati e legni.

L’album riflette le ansie da lockdown di Yorke con sfondi musicali che non oscurano mai le composizioni. Free in the Knowledge, il pezzo più diretto del disco, accoppia versi a proposito di sentirsi “liberi nella consapevolezza che un giorno tutto questo finirà” con chitarre acustiche alla David Gilmour e un bridge pieno di speranza e di archi in cui Yorke canta: “Ho parlato alla faccia nello specchio… le ho detto che è tempo di darsi da fare”. È splendido, emozionante e diretto.

Allo stesso modo, Waving a White Flag abbina frasi come “non riuscivo a respirare” e “dev’esserci una via d’uscita” a sintetizzatori tosti e carichi di fuzz e accordi intorpiditi e pieni di speranza. In The Opposite, la band gioca con ritmica veloce, miasmi di chitarre alla Robert Fripp e voce con l’effetto eco: “Può farsi avanti il prossimo concorrente in questa assurdità logica?”.

Più il disco procede e più diventa evidente che le canzoni sono la terapia con cui i musicisti hanno affrontato l’ansia dell’isolamento da Covid. Yorke tira fuori un riff sorprendente e funky per The Smoke; il trio improvvisa su uno strano ritmo in 7/8 di Pana-Vision; Greenwood piazza chitarre elastiche sopra le percussioni di A Hairdryer. Abbassando la posta in gioco, Yorke e Greenwood sembrano essersi liberati, privi finalmente dell’ansia di superare artisticamente loro stessi. È una lezione che dovrebbero tenere a mente anche quando scrivono e incidono con i Radiohead. Lo sanno da anni che non hanno alcun bisogno di ritornelli e che hanno ancora molto da scrivere. Gli Smile sono un’ottima opportunità per ricordarlo anche al loro pubblico.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.