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‘The Report’, Adam Driver a caccia delle verità nascoste della CIA

Nel thriller politico di Scott Z. Burns 'l'attore dell'anno' segue le orme del miglior cinema civile made in USA

A quello che sembra a tutti gli effetti essere l’anno di Adam Driver si aggiunge questo potentissimo film, in cui la star di Marriage Story interpreta il ruolo dello stacanovista Daniel Jones, il vero investigatore del Senato incaricato di scrivere un report sull’uso, da parte della CIA, di ‘tecniche d’interrogatorio potenziate’ sui sospetti terroristi dopo l’11 settembre. The (Torture) Report – la parola “tortura” è stata rimossa dal titolo – racconta i sei anni che sono serviti a Jones e al suo team per portare a termine il lavoro. E, ragazzi, si può avvertire il loro sforzo estenuante e doloroso in ogni minuto di questo avvincente thriller politico. Ma in questo film si sente anche la voglia di provocare: alla sua seconda opera da regista (dopo Pu-239 del 2006), Scott Z. Burns sorprendentemente fa tutto l’esatto opposto del mettersi in mostra. La sua sceneggiatura è lontana anni luce da quelle che aveva scritto per l’action esplosivo The Bourne Ultimatum e dai trucchetti narrativi che ha sfoderato per Panama Papers di Steven Soderbergh. Burns crede che i più minimi dettagli di un’indagine intellettuale nelle più spinose questioni morali siano sufficienti a catturare la nostra attenzione. E ha perfettamente ragione.

Chiuso in uffici interrati senza finestre sotto la severa supervisione del suo capo, la senatrice democratica californiana Dianne Feinstein (Annette Bening), Jones si lancia in una caccia da segugio dentro la cronaca del caso. Burns non è interessato a farci conoscere la sua vita privata, a patto che ne abbia una; il film più essere brevemente sintetizzato dall’immagine di Jones sepolto da migliaia di documenti che possono in qualche modo condurre a una verità obiettiva. Driver interpreta l’investigatore come mosso da una tempesta interiore, consapevole che i risultati della sua ricerca saranno fondamentali, indipendentemente dalla loro portata. Bening è straordinaria nei panni di Feinstein, all’apparenza composta e imperturbabile, ma nel profondo furiosa per il modo in cui la CIA ha bypassato la legge torturando i prigionieri di Al Qaeda, in barba alla dichiarazione del Presidente George W. Bush “Non legittimiamo nessun tipo di tortura”. La senatrice sa come funziona la politica, ma il bisogno di moderare le sue posizioni è divorato dal suo desiderio di giustizia.

I flashback nei luoghi segreti in cui la CIA usava metodi come il waterboarding, le immersioni nel ghiaccio, le finte sepolture, le scariche di heavy metal per privare i detenuti del sonno rendono brutalmente chiaro quanto le domande su quello che accaduto resteranno senza riposta. (La critica a Zero Dirk Thirty sembra oggi deliberata). Il dottor Jim Mitchell (Douglas Hodge) è l’inetto psicologo del settore privato a cui è stato affidato un budget di 80 milioni di dollari per provare che la tortura è necessaria. Il fatto che ciò sia falso è avvalorato dagli incontri segreti di Jones con un medico della CIA (Tim Blake Nelson). Nonostante l’amministrazione Bush venga accusata di molte menzogne, Burns non fa nessuno sconto neppure al team di Obama, qui rappresentato da Denis McDonough (Jon Hamm). Il ‘chief of staff’ della Casa Bianca vuole insabbiare il report per ricompensare la CIA dell’uccisione di Osama bin Laden – tutto ciò che conviene, viene suggerito nel film, per aumentare le possibilità di rielezione del suo capo.

L’intrigo geopolitico costringe Jones ad assumere il ruolo della talpa. Con il nuovo capo della CIA John Brennan (Ted Levine) alle calcagna, l’investigatore ingaggia il pezzo grosso del foro Cyrus Clifford (Corey Stoll) per proteggerlo dall’accusa di aver fatto trapelare documenti top-secret. Quei documenti, pari a circa 7.000 pagine in totale, furono resi pubblici nel 2014 in una versione ampiamente censurata. Burns qui non censura proprio nulla: in mani meno abili, l’esposizione di dati su cui si regge il film sarebbe risultata indigesta alla maggior parte del pubblico. Ma lo sceneggiatore e regista, seguendo le orme del miglior cinema investigativo (Tutti gli uomini del presidente, Spotlight), fa di questa ricerca della verità una detective story trascinante, con ripercussioni sul mondo che viviamo. Guidato dalle ispirate performance di Driver e Bening, The Report è un appassionato promemoria su quanto la verità sia ancora una materia rilevante. Ingenuo? Forse. Ma, accidenti, quanto ne abbiamo bisogno oggi.

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