‘The Mauritanian’: un grande Tahar Rahim ci porta nell’inferno di Guantánamo | Rolling Stone Italia
Home Recensioni

‘The Mauritanian’: un grande Tahar Rahim ci porta nell’inferno di Guantánamo

L’attore di ‘The Looming Tower’ e ‘Il profeta’ dà volto alla storia tristemente vera di un uomo scambiato per terrorista e detenuto nel carcere cubano. In un dramma che non aggiunge molto al dibattito, ma con un supercast: ci sono anche Jodie Foster, Benedict Cumberbatch e Shailene Woodley

Tahar Rahim in ‘The Mauritanian’ di Kevin Macdonald

Foto: Amazon Studios

The Mauritanian, disponibile dal 2 giugno su Prime Video, inizia con un ritorno e una ripartenza. Un uomo di nome Mohamedou Ould Slahi (Tahar Rahim) è tornato a casa, in Nordafrica, per un matrimonio. È stato all’estero per molti anni, prima per studiare ingegneria elettrica in Germania e poi per lavorare a Montréal. Siamo nel novembre del 2001, due mesi dopo l’11 settembre. Mentre è in visita presso la sua famiglia, vengono a cercarlo le autorità. Gli americani la stanno tenendo d’occhio, dicono a Slahi. Vogliono sapere se può aiutarli a localizzare suo cugino, Mahfouz Ould al-Walid, a.k.a. Abu Hafs al-Mauritani, a.k.a. un membro di Al Qaeda e un consigliere di Osama Bin Laden. Se può venire con noi, le faremo giusto qualche domanda. Sua madre è preoccupata. Slahi la rassicura: mi lasciano guidare fino al commissariato, dice. Non c’è nulla per cui allarmarsi. Torno subito.

Se conoscete la storia di Slahi, o se avete letto il suo memoir del 2015 12 anni a Guantánamo, sapete che cosa succede dopo. L’uomo passerà gli anni successivi in una cella di “Gitmo”, sottoposto a tutti gli orrori che quella parola implica. Per i secondini e gli agenti che lo interrogano, lui è solo il Prigioniero 760. Dopo aver fatto amicizia con un detenuto francese appassionato di calcio che ogni tanto lancia la palla nel suo cortile, lui comincia a chiamare sé stesso “il mauritano”, in omaggio alla sua terra natale. Ma è sempre Mohamedou, ed è proprio questa l’intenzione alla basa del dramma di Kevin Macdonald: dare un nome a tutte le vittime anonime della guerra al terrorismo. Non le vittime degli attacchi, ma le altre, soprattutto quegli uomini musulmani che, per ovvie ragioni, sono stati associati ai terroristi e hanno passato la loro vita in un lunghissimo purgatorio. E vuole anche ricordarci che sì, la guerra al terrorismo è accaduta davvero, anche se alcuni di noi se ne sono forse dimenticati, distratti dai tumulti politici avvenuti negli Stati Uniti negli ultimi anni.

Il racconto della vita di Slahi a Guantánamo è solo una delle linee narrative del film. Ce ne sono almeno altre due. Gli spettatori si ritrovano presto a seguire anche la vicenda dell’avvocato per i diritti umani Nancy Hollander (Jodie Foster, che sfoggia un caschetto grigio da perfetta donna di potere), la quale deciderà di occuparsi del caso di Slahi dopo l’uscita di un articolo su di lui sulla rivista tedesca Der Spiegel nel 2005. Insieme a una collega più giovane, Teri Duncan (Shailene Woodley), la donna diventerà la legale del detenuto, oltre che una sorta di guida nel labirinto burocratico di questo caso top secret, con moltissime informazioni sui prigionieri rimaste insabbiate. Nancy finisce per essere i nostri occhi e le nostre orecchie sul centro di detenzione cubano: i pittoreschi ma stranianti viaggi in autobus per arrivarci, i negozi di souvenir a tema carcerario, le guardie che fanno surf quando sono fuori servizio. Quando Hollander e Duncan arrivano per il loro primo incontro con Slahi, viene consigliato loro di indossare l’hijab, perché in passato alcuni detenuti hanno sputato contro alcuni visitatrici donne. (Ma non sanno che Clarice Starling ha dovuto affrontare di molto peggio…)

L’altra pista da seguire è quella che riguarda Stuart Couch (Benedict Cumberbatch, magistrale nel suo inedito accento da americano del Sud), il militare che siede invece sul banco dell’accusa e che si sente personalmente toccato da tutta la vicenda: un suo caro amico viaggiava sull’aereo che ha colpito la seconda Torre. Visto che Slahi è stato addestrato in un campo terroristico nei primi anni ’90, quando l’Afghanistan combatteva contro il regime comunista, che ha ricevuto una chiamata da suo cugino da una delle linee di Bin Laden controllate dalla polizia e che nel suo appartamento in Germania ha ospitato per una notte Ramzi bin al-Shibh, membro della cellula di Amburgo – a fronte di tutto questo, gli americani lo chiamano “il Forrest Gump di Al Qaeda” – Couch è sicuro che riuscirà a condannarlo in via definitiva. Più indaga sul Prigioniero 760 e ottiene informazioni da parte di un collega (Zachary Levi) che ha studiato a fondo il caso, più però le sue certezze sul fatto che Slahi sia realmente coinvolto negli attentati dell’11 settembre iniziano a vacillare. Couch è la nostra coscienza in conflitto con sé stessa. «Qualcuno deve rispondere di tutto questo», dice un collega a proposito dell’attacco alle Torri Gemelle. «Qualcuno, non chiunque», dice Couch con l’enfasi tipica dell’attore britannico.

Ti trovi di fronte a parecchi momenti come questo, durante la visione di The Mauritanian. C’è sempre qualcuno su cui viene puntato il riflettore e che declama la propria battuta con una solennità così gravosa da rischiare di far implodere tutto il peso del film su sé stesso. La storia di Slahi merita di essere raccontata, di essere considerata una parabola imprescindibile quando parliamo del fallimento di una guerra condotta in maniera sbagliata su vari fronti. Chiudere questa storia nella gabbia del “prestige drama” vecchio stile – con tanto di testimonianze giudiziarie, brusche conferenze stampa e appelli accorati – non rende giustizia all’esperienza reale. Né lo fanno le scene dei brutali interrogatori, confezionati per mostrare quanto Slahi abbia progressivamente perso la testa, e che costituiscono una linea sottile tra quell’incubo concretissimo e una specie di ricostruzione kitsch degli eventi reali. Il tutto messo in scena secondo quella formula classicissima – ricordate quando i film come questo erano la norma? – che suona riduttiva rispetto ai fatti narrati, nonostante la mano sicura di Macdonald (vedi L’ultimo re di Scozia) e la presenza sempre granitica e al contempo fragile di Jodie Foster.

C’è però un raggio di luce – un raggio peraltro davvero luminosissimo – al centro di tutto. Chiunque sia un habitué di un certo cinema d’autore sa già che Tahar Rahim è un talento straordinario. È un dato evidente se avete visto Il profeta, Il passato e l’incredibilmente sottovalutato À perdre la raison di Joachim Lafosse (inedito in Italia, ndt), giusto per citare tre titoli emblematici. Lo stesso vale per The Looming Tower, la miniserie in cui l’attore francese interpreta un personaggio sul versante esattamente opposto della guerra al terrorismo, ovvero l’agente dell’FBI Ali Soufan. Nel suo ritratto di Slahi, Rahim mette una prudenza e una delicatezza incredibili, soprattutto nelle scene in cui il prigioniero è al cospetto delle sue legali. Si sente una diffidenza palpabile, nel suo confronto con due persone che sono dalla sua parte, ma di cui lui non sente mai di potersi fidare davvero.

Shailene Woodley e Jodie Foster. Foto: Amazon Studios

E Rahim mostra una sincerità cruda quando è interrogato, picchiato, redarguito, trasferito di cella in cella, torturato, devastato mentalmente e spiritualmente. Guardate gli occhi indagatori dell’attore ogni volta che qualcuno entra nella sua stanza, o tutte le volte in cui viene portato in un posto nuovo. Ascoltatelo mentre parla in francese col suo compagno di carcere invisibile, in dialoghi che sembrano scritti da Beckett. E, nonostante il tono tra Halloween e il Grand Guignol con cui il film descrive Guantánamo, fate attenzione a tutto quello che fa in mezzo a quel caos. Rahim regala la sua anima – e parecchie sfumature di grigio – a questo ritratto. Ci consegna una persona reale, mentre tutt’attorno vediamo solo bozzetti. Nemmeno il suo vibrante appello per la verità e la giustizia in perfetto stile americano registrato e mostrato in tribunale riesce ad affondare la sua performance. (Il modo in cui Macdonald rinuncia al lieto fine per una chiusura molto più controversa è uno dei pochi elementi davvero sorprendenti in un film che non lo è affatto.)

È una performance, quella del protagonista, capace di compensare quello che, per molti versi, resta un survival movie piuttosto superficiale. Ha la consapevolezza necessaria a incarnare la filosofia “il fine giustifica i mezzi” che ha provocato una vera e propria catastrofe sul suolo americano. The Mauritanian non aggiunge granché al dibattito in corso da anni, ma accende i riflettori sulla storia di un singolo uomo che rappresenta quella di molti. Ma guardare Rahim mentre ce la racconta rende possibile capire precisamente cosa significa un sistema che ha fatto lentamente scomparire molte persone innocenti. E cosa vuol dire, un passo alla volta, ritrovare sé stessi.

Da Rolling Stone USA

Altre notizie su:  Jodie Foster Tahar Rahim