Rolling Stone Italia

‘The Haunting of Bly Manor’: dopo ‘Hill House’, c’è un nuovo orrore (d’autore) per i vostri incubi

Mike Flanagan torna su Netflix con la sua serie antologica. Stavolta si ispira a Henry James, ma la firma è sempre e solo la sua
3.5 / 5

Nella nuova, spensierata epoca in cui Netflix cancella qualsiasi cosa (le ultime vittime: il divertente ma riflessivo Teenage Bounty Hunters e il cult purtroppo non più rinnovato GLOW), la cosa più sicura per uno showrunner sembra non più un racconto che richiede molte stagioni, ma un prodotto a prova di cancellazione, come una miniserie o una serie antologica. L’ultima a scendere in campo è The Haunting of Bly Manor, sequel “spiritista” di The Haunting of Hill House (2018).

Il materiale di partenza è diverso (qui c’è l’opera di Henry James, a cominciare dal celebre Giro di vite), e sono diversi tutti i personaggi. Ma Mike Flanagan è di nuovo in pista come ideatore, e rimette insieme gran parte del cast di Hill House: Victoria Pedretti è una ragazza alla pari americana ingaggiata come istitutrice di due orfanelli inglesi; Henry Thomas è il suo datore di lavoro; e Oliver Jackson-Cohen è il vecchio tuttofare di Thomas. Se avete visto la serie precedente, vi divertirete a osservare tutti i modi in cui Flanagan utilizza i suoi attori-feticcio: Jackson-Cohen, londinese di nascita, in Hill House interpretava un americano, mentre qui sfoggia una durissima cadenza scozzese; il texano Thomas si cimenta invece in un perfetto accento posh britannico. E non mancano i paralleli tematici tra i due lavori, soprattutto nell’empatia dimostrata da Flanagan nei confronti dei fantasmi che abitano queste vecchie e spaventose magioni. Ma Bly Manor è un’opera a sé, regala tutti i colpi di scena, i salti sulla poltrona e i drammi interiori di Hill House senza farti sentire obbligato ad visto la serie precedente.

Bly Manor comincia nel 2007, durante la cena prematrimoniale di una coppia californiana. A fine serata, i futuri sposi e un po’ di ospiti sono seduti attorno al fuoco a raccontarsi storie dell’orrore. Uno degli invitati dice: «Io ho una bella storia. Non è successa proprio a me, ma a qualcuno che conosco. E non è brevissima». E dunque eccoci catapultati nell’Inghilterra di vent’anni prima con Dani Clayton (Pedretti), una ragazza americana con chioma cotonata e jeans a vita alta, casomai vi doveste scordare in che periodo è ambientata la nostra storia. Già inseguita dai fantasmi del suo passato, Dani accetta di prendersi cura di Flora (Amelie Bea Smith) e Miles (Benjamin Evan Ainsworth), i nipoti rimasti orfani del ricco uomo d’affari Henry Wingrave (Thomas).

Mentre Henry lavora ventiquattr’ore su ventiquattro a Londra, Dani si trasferisce nella spaziosissima e tenebrosissima villa di campagna che la famiglia possiede a Bly, per lavorare al fianco del cuoco Owen (Rahul Kohli), della governante Hannah (T’Nia Miller) e della giardiniera Jamie (Amelia Eve). I bambini sembrano un enigma indecifrabile: l’attimo prima sono due adorabili angioletti, quello dopo due mostri inquietanti. Così come è misteriosissimo il destino della ragazza che ha preceduto Dani, Rebecca Jessel (Tahirah Sharif), e del braccio destro di zio Henry, Peter Quint (Jackson-Cohen). Spiriti malvagi sembrano apparire in ogni angolo, e pure dentro agli specchi che Dani non ha voluto coprire con un telo. All’inizio, è difficile capire quali di loro siano nativi di Bly e quali invece siano stati portati qui dagli States.

Hill House suddivideva il racconto sui cinque fratelli della stessa famiglia (più i loro genitori) e in due diverse epoche della loro vita. Faceva continui salti temporali, spaziali e narrativi – in particolare nel bellissimo episodio 6, che sembrava girato in un unico piano sequenza anche se l’azione era ambientata in due differenti luoghi e momenti storici – per riempire le dieci puntate di segreti e spaventi. Alla fine, sembrava che Flanagan avesse avuto una specie di crollo emotivo, optando per un finale che sembrava troppo ottimistico rispetto a tutto ciò che avevamo visto fino a quel momento. Nonostante ciò, la serie era un horror così classico e ben confezionato, e i personaggi erano così ben portati in vita da Flanagan e dai suoi attori, che l’investimento di tempo era del tutto ripagato, anche se la narrazione smarriva un po’ il suo centro.

Anche se tutti i personaggi di Bly Manor hanno una biografia dettagliata alle spalle – e alcuni di loro un episodio “in solitaria” che la racconta –, il soggetto di questa serie è decisamente più piccolo, e vede come protagonista pressoché assoluta Victoria Pedretti. La sua accattivante vulnerabilità e il suo talento nel rendere il soprannaturale qualcosa di davvero doloroso per Dani fanno la maggior parte del lavoro. Questo approccio più circoscritto alla storia in questione permette a Flanagan e ai suoi collaboratori di indugiare su tutti i dettagli di Bly Manor e dei suoi abitanti, fino a fartelo sembrare quasi un luogo dei tuoi ricordi.

Benjamin Evan Ainsworth nei panni dell’inquietante Miles. Foto: Netflix

In questa nuova serie si intrecciano due misteri: cos’è successo a Dani e cosa sta succedendo a Bly Manor. Per un po’, le due strade interagiscono in un modo che fa sembrare tutta la storia più oscura di quanto non sia in realtà. Quando uno dei due enigmi viene risolto – e pure abbastanza in fretta –, si comincia ad allungare il brodo della narrazione. Fino a un finale che sembra un infinito epilogo in stile Signore degli anelli (la maggior parte degli episodi ha una durata di 50 minuti circa), ultimi cinque folli minuti compresi.

Flanagan è un maestro nel creare atmosfere horror. La decadenza e il caos che aleggiano sulla casa sono palpabili. La maggior parte dell’azione si svolge di notte e Flanagan, gli altri registi e i direttori della fotografia Maxime Alexandre e James Kniest fanno del loro meglio per render le cose più chiare (in tutti i sensi) quando serve. Come accadeva in Hill House, lo stile visivo è dichiaratamente datato e “low-fi”. Non è una serie da guardare mentre si scrolla Instagram, si rischierebbe di perdere quegli istanti di un secondo o due in cui spuntano sullo sfondo presenze inquietanti. E i momenti più spaventosi sono prodotti principalmente da questi effetti così semplici: vedi la mano di una donna che spunta inspiegabilmente nell’inquadratura mentre Dani sta parlando con Flora, per puntare il dito sulla fronte della bambina. Più che cercare di superare quel clamoroso episodio di Hill House, qui la sfida di Flanagan è puramente estetica e riguarda l’episodio numero 8. Non solo lascia gli spettatori a bocca aperta, ma dà anche spessore emotivo a tutto ciò che era accaduto fino a quel momento a tutti i personaggi.

E anche la conclusione sembra più compatta di quella di Hill House. Prima che la storia dell’orrore cominci, alla cena prematrimoniale sentiamo uno strano discorso, pronunciato da uno degli ospiti che stanno per fare un brindisi ai futuri sposi: la cosa migliore in un matrimonio è stare insieme così tanto che uno dei due vedrà morire l’altro. Ma, spiega il commensale, «per amare davvero una persona bisogna accettare il fatto che l’amore per l’altro equivalga al dolore di perderlo». Non si comprende il vero significato di questa frase fino al finale di Bly Manor. Ma, una volta che il cerchio si chiude, l’insieme sembra più ricco delle sue parti, anche se Flanagan, come il narratore della storia, avrebbe potuto raccontare il tutto in una forma molto più sintetica. Qualunque sia l’effetto che vi farà il finale, almeno The Haunting of Bly Manor ne ha uno degno di questo nome. Il che è purtroppo una rarità, nel panorama di titoli prodotti dalle principali piattaforme di streaming al giorno d’oggi.

Da Rolling Stone USA

Iscriviti