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‘The Guilty’: più fumo che arrosto

Il remake by Antoine Fuqua del cult danese di tre anni fa è un thriller pieno di tensione (e – letteralmente – di fuoco) che però non aggiunge granché all’originale. Nonostante l’ottima prova di Jake Gyllenhaal

Jake Gyllenhaal in ‘The Guilty’ di Antoine Fuqua

Foto: Netflix

Il nuovo thriller con Jake Gyllenhaal, The Guilty, vanta un ricchissimo cast, che include Ethan Hawke, Riley Keough, Paul Dano, Peter Sarsgaard, Eli Goree, il comico Bill Burr e la grande Da’Vine Joy Randolph di Dolemite Is My Name. Non vedrete nessuno di loro nel film. Ma sono presenti eccome. Randolph è una scocciatissima impiegata della California Highway Patrol; Hawke uncomprensivo sergente sotto cui il personaggio di Gyllenhaal, l’agente Joe Baylor, aveva lavorato in passato; Keough e Sarsgaard una coppia che se la passa decisamente male.

Sono alcuni dei personaggi che sentiamo solo attraverso le cuffie di Joe, tutti connessi in una turbolenta notte al numero di emergenza della polizia di Los Angeles. Il set è un vero centralino animato da una reale tensione. E per Joe la notte in cui è ambientato The Guilty era già difficile al principio. Per dire: gli incendi in California sono in aumento, pessima notizia per il protagonista e la sua ansia; e, dato decisamente peggiore, sono un ostacolo per tutti gli agenti che devono salvare persone in pericolo, fosse anche solo qualche ubriacone. In più, va aggiunta la tensione che trasuda dalla vita privata di Joe, che non è quasi più una vita: separato da sei mesi dalla moglie, vive in una casa affittata su Airbnb e soffre per la mancanza della figlia e della sua routine precedente. Insomma, avete inquadrato il soggetto.

Ma c’è anche l’altra cosa. Il motivo per cui Joe è impiegato in un call center, invece che assegnato, in uniforme, al servizio sulle strade cittadine. E anche il motivo per cui lui e sua moglie si sono separati. The Guilty è ambientato alla vigilia di un processo su una sparatoria che ha coinvolto un agente di polizia. Lui è l’agente. Di mezzo c’è un morto. Joe prova rimorso per quello che è successo. Un grande rimorso.

The Guilty è il remake di un memorabile film di tre anni fa: Den skyldige (in italiano Il colpevole – The Guilty, ndt), diretto da Gustav Möller e co-sceneggiato dal regista con Emil Nygaard Albertsen. Questa nuova versione è invece diretta da Antoine Fuqua, su copione del Nic Pizzolatto di True Detective. Se avete visto il film precedente, sapete già tutto; le differenze sono solo in superficie. Una donna di nome Emily (Keough) chiama il 911 e trova dall’altra parte il già stressatissimo Joe, che quasi riattacca: sembra che la donna (molto confusa) abbia sbagliato numero. Anzi: sembra che stia usando al telefono il tono che userebbe con un bambino. Ma Joe – e tutti noi spettatori, che restiamo concentrati su Joe per l’intera ora e mezza della visione – presto capisce che qualcosa non va. La donna sta davvero farneticando, o forse sta cercando di lanciare un SOS? Una volta che abbiamo la (prevedibile) risposta, l’indole da eroe di Joe si scatena e, con essa, alcuni dei suoi tratti meno edificanti come poliziotto e collega, a cominciare dalla sua incapacità di mantenere la calma. Guardare The Guilty è come osservare Gyllenhaal che gioca con una pistola carica. Ogni due secondi ti aspetti che qualcosa esploda, passi il tempo a chiederti quale sarà il prossimo ad essere colpito.

Vi ho già detto che Joe è uno stronzo? Urla, lancia le cose, mette a dura prova la pazienza dei colleghi che, dall’altro capo del filo, cercano di rintracciare la donna che potrebbe essere stata rapita, su cui lui però fornisce pochissime informazioni («un furgone bianco»), e si ribellano all’insistenza con cui Joe intima loro di entrare dentro una casa senza mandato. È tutto molto ansiogeno, il che è anche un po’ il tratto principale del film. The Guilty è programmato per essere una pentola a pressione. La frustrazione di Joe è palpabile e comprensibile, soprattutto quando il quadro attorno alla sua misteriosa interlocutrice si fa più chiaro. E Gyllenhaal, col suo taglio cortissimo e la sua camicia attillata, è molto credibile nel dare corpo a questa tensione muscolare, che anche fisicamente mette in scena non senza un certo manierismo. La sua performance è dichiaratamente sopra le righe perché anche le emozioni di Joe lo sono. Joe fa di tutto per non esplodere, fin dal momento in cui deve tornare a tenere a bada il suo senso di colpa per quella sparatoria che ancora lo tormenta, e che chiaramente – Gyllenhaal non fa nulla per nasconderlo – lo sta consumando dall’interno. Quando confessa a un altro impiegato al telefono, “interpretato” da Adrian Martinez, che al lavoro è stato un bastardo, cosa può dire l’altro se non “Lo so”?

Aggiungeteci un’enorme quantità di schermi, piazzati di fronte alla sua scrivania, che mostrano l’aumento degli incendi, come se quell’uomo stesse davvero vivendo all’inferno. Fuqua, che ha girato il film in 11 giorni durante la pandemia (e addirittura mentre era in quarantena, avendo avuto contatti con una persona positiva al Covid; lui è invece risultato negativo), mantiene alta la tensione. Forse la situazione in cui si trovava, e che non gli permetteva di avere un totale controllo per via del distanziamento sociale che doveva rispettare, l’ha in qualche modo ispirato. Il tema più interessante in The Guilty è l’incapacità di Joe di governare il caos, sia quello che ha dentro di sé sia quello al centro della terribile partita che si è trovato a giocare quella notte.

La sceneggiatura, però, è in questo senso troppo schematica. Il che era un difetto già nel precedente, che però aveva dalla sua una seducente originalità, mentre il film di Fuqua resta molto più letterale e superficiale. C’è molto di più dietro quello che apparentemente sembra succedere tra Emily e il suo compagno Henry (a cui dà la voce Peter Sarsgaard), ma al film non sembra importare granché del colpo di scena che li riguarda. Sulla testa di Joe pende quella vecchia sparatoria. Lui lo sa. Noi lo sappiamo. Il film lo sa. Il film sa cosa significa mettere un personaggio del genere nella più stressante delle situazioni possibili; sa cosa vuol dire far arrivare un uomo come lui al punto di rottura, o anche solo farlo ritornare a ciò che era successo sei mesi prima, un evento che non ha ancora elaborato del tutto. Parlando di incendi: quello che resta nella vita di Joe è solo fumo, soltanto cenere senz’anima. Il titolo The Guilty, “il colpevole”, non potrebbe essere più accurato nella sua semplicità. Proprio come il film, dice già tutto ciò che serve sapere. E forse, però, non aggiunge nient’altro.

Da Rolling Stone USA

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