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‘The Father’: Anthony Hopkins è Dio, e questo film lo dimostra

Grazie all'opera prima di Florian Zeller, che trasforma il dramma della demenza senile in un thriller, a 83 anni l'attore britannico ha vinto il suo secondo Oscar come protagonista
4 / 5

The Father – Nulla è come sembra, adattatamento della pluripremiata pièce teatrale del 2012 del romanziere, drammaturgo e regista francese Florian Zeller, dà ad Anthony Hopkins un ruolo pensato per spezzarci il cuore: un personaggio pieno di rabbia, disagio e incertezza ma, anche, lampi di umorismo e una vivace pienezza di vita. Un promemoria di chi era quest’uomo, una volta.

The Father è un film sulla demenza senile. Arriva sulla scia di Supernova con Stanley Tucci e Colin Firth, in cui uno scrittore che affronta una demenza precoce guarda al suo futuro e vede solo desolazione, la perdita di tutto quello che lo rende ciò che è. Il debutto al cinema di Zeller parla, come suggerisce il titolo, di un uomo più anziano, Anthony (interpretato da Hopkins), che sta vivendo proprio quel futuro che Supernova aveva in mente. È un film su una persona le cui condizioni l’hanno resa vulnerabile: alla sua confusione, a una totale mancanza di indipendenza e al tempo stesso.

All’inizio Anthony è nei guai. Sua figlia Anne (Olivia Colman) ha saputo che il padre ha fatto arrabbiare un’altra infermiera, che si è licenziata. Anthony apparentemente l’ha definita una «piccola cagna», spiega Anne, e l’ha minacciata fisicamente. Prima di lei, ce ne sono state altre tre. È una questione urgente da risolvere, anche perché Anne ha una vita: ha fatto traslocare il padre nel suo appartamento per tenerlo d’occhio (vista la velocità con cui sta facendo fuori le infermiere…), ma la situazione non è più sostenibile. Eppure sente di non poterlo abbandonare.

The Father riguarda tanto la convivenza con la demenza da parte di chi ne è afflitto quanto il prendersi cura di chi ne soffre e, nel frattempo, essere costretti a testimoniare il lento svanire dei suoi sensi nel tempo. Parla di come ci si senta a vedere – dall’esterno, dall’interno – uno squarcio inesplicabile nel tessuto della realtà di quella persona. Per intuizione di Zeller, il dramma diventa un’avventura umanissima e ci fa vivere tutto dal punto di vista di Anthony. Vale a dire: in questo film, il tempo è una specie di membrana. E il dramma che vi si svolge è pieno di scivoloni di memoria, scambi di identità, confusioni di luoghi ed eventi che disorientano. Anthony è un uomo che ha bisogno di stabilità per dare un senso alla sua vita.

Anche la negazione è un ingrediente necessario. «Non ho bisogno di nessuno», afferma spesso Anthony. Dice anche a tutti di andare a farsi fottere. La sua è una personalità che vibra e cambia: un carattere che sembra essere stato giocoso e insieme complicato già quando era giovane. Quegli stati d’animo ora si trasformano più spesso in meschinità, persino cattiveria. Quando arriva una nuova infermiera, Laura (Imogen Poots), Anthony mette in piedi uno show, sfodera tutto il suo charme, cercando di attirarla prima di farla fuori. Forse nascondergli che la donna fosse un’infermiera è stato un errore.

Olivia Colman e Anthony Hopkins. Foto: BIM

L’appartamento – una splendida opera di design, per gentile concessione di Peter Francis, accentuata da un’illuminazione teatrale che impone visivamente un senso di comfort in un momento e di isolamento in quello successivo – è un santuario. Ci sono oggetti singolari, ricordi particolari. Un’altra figlia, un orologio. Ma l’enfasi del film è sui vuoti di memoria di Anthony, sulla sua confusione temporale, i suoi scambi di identità. La sua è una vita piena di scambi disorientanti di luoghi ed eventi. Alcune di queste cose non dipendono solo dalla sua mente: ci sono davvero dei cambiamenti in atto nella sua vita. Ma lo sforzo centrale del film – a volte efficace, altre più programmatico – è quello di rendere letterale questa confusione.

Pare che gli attori (tra i quali Rufus Sewell, Mark Gatiss e Olivia Williams) cambino ruolo. O è la confusione nella testa di Anthony? Le stanze presentate in un modo in una scena sembrano modificarsi in un’altra. All’interno di questo quadro complessissimo c’è un vortice di sentimenti ancorato da Colman (il suo dolore grida forte nonostante una performance basata sul silenzio) e da un Hopkins gigantesco (il suo vecchio e acuto Anthony si dimostra fin troppo umano). Alla fine del film, è chiaro che questo spettacolo dev’essere stato qualcosa da vedere sul palco, dove la confusione della mente dell’uomo deve essersi dimostrata tanto più destabilizzante. Quanto al film, la sua sincerità non è da mettere in dubbio. La prima volta che l’ho visto – lo confesso – sono stato un po’ infastidito dai suoi trucchi, che inquietano e distraggono nel loro essere così aperti, letterali.

La seconda visione è stata più commovente, anche se, ogni tanto, il film può soccombere sotto il peso di uno spunto di partenza un po’ presuntuoso, venendo fuori meno come atto di empatia in prospettiva che come un trucco giocato al pubblico. All’Academy il lungometraggio è ovviamente piaciuto (ha vinto i premi per la miglior sceneggiatura non originale e per l’attore protagonista: Hopkins, appunto). Il finale potrebbe sembrare troppo secco per qualcuno e rivelatore nel modo giusto per altri. Ma le emozioni del film hanno una lucentezza cruda e memorabile.

Da Rolling Stone USA

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