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‘The Boys in the Band’: una lezione di Storia gay bella senz’anima

Il film Netflix prodotto da Ryan Murphy e tratto dalla pièce cult di Mart Crowley è inappuntabile. Ma, nonostante le performance del cast (da Jim Parsons a Matt Bomer), resta troppo in superficie

Jim Parsons e Matt Bomer in ‘The Boys in the Band’ di Joe Mantello

Foto: Scott Everett White/Netflix

The Boys in the Band – diretto da Joe Mantello e prodotto, tra gli altri, da Ryan Murphy – non è sempre perfetto, ma esce in un momento perfetto. Il film è l’adattamento della magnifica pièce di Mart Crowley del 1968, un dramma ambientato nell’Upper East Side i cui personaggi rappresentano l’intero spettro della comunità gay del tempo, uomini con desideri, conflitti e modalità espressive che sono proprie del loro gruppo di appartenenza; e con vite e problemi che per la prima volta venivano messi in scena, mentre fino ad allora erano rimasti sullo sfondo, se non direttamente censurati.

È questo il senso del titolo, che è a sua volta una citazione da uno dei classici di Judy Garland: È nata una stella (1954). «Tu stai cantando per te stessa e per i tuoi ragazzi», dice James Mason alla starlette tormentata interpretata da Garland. E la pièce di Crowley – qui fedelmente adattata con intelligenza e, qua e là, anche un certo stile – la riporta alla memoria degli spettatori di oggi. Apparentemente questa battuta è una strizzatina d’occhio, la frase di un linguaggio in codice perfettamente riconoscibile alle orecchie delle persone che sanno di cosa si sta parlando. Ma in realtà è una frase piena di complessità. I “ragazzi” – e le vite che conducevano – stavano in seconda fila rispetto alla star: in questo caso, una delle star che più hanno rappresentato l’idea che l’America ha di sé stessa. Ma Judy Garland è anche l’icona gay che conosceva benissimo la natura del suo pubblico più affezionato. Sapeva che quei ragazzi non erano delle ombre, ma persone reali. Persone che lei amava perché sapeva di essere da loro riamata, come accade ancora oggi.

È un punto di vista commovente, e il nuovo The Boys in the Band, ora disponibile su Netflix, non perde questa nota di tenerezza. Il film è anche una riedizione di Festa per il compleanno del caro amico Harold, la versione del 1970 firmata da William Friedkin, un’opera rilevante nella storia del cinema per le stesse ragioni per cui lo era a teatro l’originale del 1968 (nonché ugualmente discussa). È ovvio che il 2020 non è il 1968, e che gran parte del materiale di Crowley sembra oggi piuttosto datato. I suoi anni li fa sentire eccome, anche se la produzione di oggi fa di tutto per smussare i punti più critici – la rappresentazione del tema razziale, per esempio – con un copione che cerca di iniettare un po’ di botox sulle vecchie rughe.

La rilettura di Mantello e Murphy dimostra un certo sforzo in questo senso. Alla base c’è la riedizione di Broadway del 2018 che ha vinto un premio Tony. Il cast di quella versione teatrale è lo stesso del film: Matt Bomer, Andrew Rannells, Brian Hutchison, Tuc Watkins, Charlie Carver, Robin de Jesús e Michael Benjamin Washington – un ensemble davvero riuscito – sono “il gruppo”. Jim Parsons e Zachary Quinto – rispettivamente Michael e Harold – vestono i due ruoli principali. Tutti questi attori sono dichiaratamente gay, e la mancanza di qualsiasi interprete eterosessuale nel cast – in un’epoca in cui l’industria sembra ancora preferire attori etero che interpretano gay rispetto ad attori gay che interpretano sé stessi – suona quasi come una dichiarazione politica. Uomini gay che interpretano uomini gay in un prodotto di intrattenimento popolare ad alto budget: non dovrebbe essere una notizia, eppure anche al giorno d’oggi va rimarcato.

Ecco invece dove vivono i personaggi del film: sono nella Manhattan del 1968 a bere e a corteggiarsi, a insultarsi e immalinconirsi, a farsi del male e poi leccarsi quelle ferite. Lo scenario è il bellissimo e caoticissimo appartamento di Michael, l’occasione è il compleanno di Harold, una scusa gioiosa (o almeno così dovrebbe essere) per riunirsi tutti insieme. Ma si avverte subito un’increspatura. Metti una compagnia così variegata, loquace e sensibile dentro una stanza con troppo alcol e troppe insicurezze con cui fare i conti, e il dramma sarà servito.

È questo ciò che riesce meglio al nuovo The Boys in the Band. Basta osservare le differenze tra gli uomini in scena. La pièce originale è stata pensata per essere sopra le righe: il che è comprensibile, considerato il periodo in cui è stata scritta. Ogni personaggio è un archetipo e, com’è nella natura degli archetipi, serve a comporre un insieme che sembri il più universale possibile. Lo spettro di questi archetipi va dal bisessuale all’iper-mascolino, se non addirittura sposato; fino al totalmente queer. Sono poveri o benestanti, colti o ignoranti, uomini da marciapiedi o professionisti in giacca e cravatta. Sono quasi tutti bianchi. Ma in questa versione due di loro – Emory (de Jesús) e Bernard (Washington) – sono rispettivamente un ispanico e un afroamericano. Non è che questa mossa serva a rappresentare la totalità dell’universo gay e a “correggere” i repressi anni ’60. Ma ormai l’avete capito: Crowley è stato capace di mostrare per la prima volta un mondo, riscuotendo un successo – per quanto controverso – fino a quel momento impensabile, considerato il tema.

Lo stesso si può dire del film. Hank (Watkins), il personaggio che parla e si comporta come un etero, e Larry (Rannells), sessualmente libero e al contempo insoddisfatto, sono l’unica coppia in scena, e insieme lo specchio del tema portante del copione: uomini a proprio agio nella loro pelle contro uomini che invece sentono ancora il bisogno di reprimere sé stessi. Ma la sessualità non è il solo asse su cui si dividono i personaggi. Emory e Bernard hanno piena consapevolezza e accettazione del proprio orientamento sessuale, ma classe sociale ed etnia li obbligano a tenere la propria identità ancora ai margini, dunque la loro sofferenza sembra quasi doppia. L’autostima di Harold è riassunta dalle sue abitudini alimentari, e dal grugno con cui si presenta alla festa in suo onore. Michael, il padrone di casa – e anche la vera primadonna del gruppo –, farebbe di tutto per nascondere i propri tormenti. Ma ciò che sconvolge realmente la serata è l’arrivo inaspettato di un vecchio compagno di università, l’etero e sposato Alan (Hutchison), che scoperchia il profondo odio che Michael prova nei confronti di sé stesso. È cresciuto in un ambiente bigotto, e non ha mai detto ad Alan di essere gay. Anche Alan ha i suoi segreti: indovinate quali. E avanti così, fino alla fine.

Zachary Quinto è il festeggiato Harold in ‘The Boys in the Band’. Foto: Scott Everett White/Netflix

The Boys in the Band funziona soprattutto quando si focalizza sulla tensione di questi duelli al maschile, e sulle storie – in certi casi sulle possibilità – che li provocano. Non c’è niente come tirare fuori lo sporco che ciascuno ha nascosto sotto il tappeto per anni, e quando hai così tanti personaggi in un solo luogo – per non dire in una sola stanza – e così tante dinamiche relazionali in campo, tutta quella frizione non può che generare un’esplosione. A differenza di molti adattamenti cinematografici di opere teatrali, il film non si sforza granché di fare ciò che a Broadway sarebbe impossibile, ovvero di uscire da quella stanza: ma non è un grosso problema. Il punto del dramma sta proprio nel fatto che uomini come questi possono comportarsi così liberamente solo in uno spazio chiuso, tutto per sé. Dentro c’è un “effetto pentola a pressione”. Ma le vere pressioni stanno, ovviamente, nel mondo là fuori. A un certo punto, uno di loro apre la porta di quell’appartamento e ci mostra un po’ di quel mondo, o quantomeno delle persone che, da fuori, guardano dentro quelle vite. Ed è come se tutto si raggelasse.

In momenti come questo, si scorgono i fili che guidano i personaggi come fossero delle marionette, ma anche questo non nuoce al risultato finale. Sarebbe impossibile per un film così legato a uno specifico contesto e alle performance degli attori non sembrare un po’ artificioso. Alcuni dei momenti emotivamente più forti – certi scambi tra Michael e Alan, per esempio – sono perfetti sulla carta, ma vengono resi in maniera piuttosto fredda. La parte più riuscita è il gioco crudele che organizza Michael per mettere tutti gli altri alla prova. È un meccanismo messo in atto per farci osservare questi uomini non più come gruppo ma come singoli individui, e funziona alla perfezione.

Ma la vita interiore di Michael sembra tratteggiata in modo troppo semplice per giustificare comportamenti come questo. Il suo gioco spietato nei confronti degli amici è una mossa meschina, e la meschinità non è sinonimo di complessità. Ma Michael è un uomo complesso. E Jim Parsons non sempre riesce a mostrarci pienamente il suo carattere. La sua sembra sempre l’approssimazione di una buona performance, la fotografia di una cosa reale. Tutto ciò che fa è “corretto”: la sua gestualità, i tocchi di ironia e “gaytudine”, e un disprezzo di sé chiaro come il sole. Ma, come il resto del film, Michael pare più un attore in costume che un vero omosessuale del 1968. Tutto è giusto in superficie: ma l’anima dell’uomo, e della maggior parte di questi uomini, non si percepisce mai davvero.

Fatte alcune eccezioni, gli attori – Washington su tutti – sembrano disconnessi dalla Storia, anche se la Storia degli omosessuali e il racconto delle vite che quegli uomini erano costretti a vivere nell’ombra sono la materia principale della pièce e il motivo per cui oggi è stato realizzato il film. Ogni volta che Murphy affronta la Storia della comunità gay, l’esito è sempre un prodotto ben confezionato ma senza direzione, anche se divertente. Se un personaggio fa l’imitazione di Norma Desmond, quello che si nota è la citazione: sembra un semplice “Easter egg”, lo sfoggio del patentino queer. Quello che manca è l’anima di quella citazione, la storia amata, vissuta, tramandata che la rende così naturale in quel contesto, tanto da farla diventare un linguaggio che solo questi uomini sanno parlare. Quello che manca in questo film è la Storia. È il farci sentire che uomini come questi sono esistiti davvero.

Da Rolling Stone USA

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