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‘The Ballad of Buster Scruggs’, l’umorismo da forca dei Coen nel West

I registi mettono la loro proverbiale ironia al servizio di questo film antologico su pistoleri, cercatori d'oro e fatalismo di frontiera.

La prima immagine del nuovo film dei fratelli Coen

Saltate in sella per i grugniti, le sparatorie e le assurdità di questo western pieno di inseguimenti, risse, impiccagioni, proiettili, oro e carneficine – e canzoni idiote, un poeta mutilato, rituali d’amore cowboy e sparate filosofiche sull’inevitabilità della morte. Sì, è tutto nello stesso film. Ma chi è che girerebbe una roba del genere?

Saranno forse Joel e Ethan Coen, i due fratelli-registi arrivati dalla polverosa provincia del Minnesota e noti per non avere nessuna paura di battere strade prima inesplorate. The Ballad of Buster Scruggs è diverso da tutti i western che avete visto finora – è tipo Mezzogiorno e mezzo di fuoco, ma diretto da Ingmar Bergman. A Hollywood questi “salti della fede” cinematografici sono chiamati “a hard sell”, difficili da vendere. Ed è difficile pensare ai cravattoni degli studios impegnati a distribuire un’antologia in sei parti scollegate una dall’altra, senza nessuna prospettiva di guadagno al box office e prive di un tema comune che non sia l’onnipresenza della morte.



Per fortuna i fratelli hanno trovato una sponda in Netflix, che si è dimostrato abbastanza aperto di mente da portare questo western strambo prima in alcuni cinema, poi sulla piattaforma streaming. Andate a guardare quest’orfanello cinematografico appena potete, col metodo che preferite, e preparatevi a essere farvi sedurre, affascinare e forse a infuriarvi. Per un fan dei Coen non c’è modo diverso di guardare un film. 

Buster inizia con Buster in persona, un cowboy cantante interpretato da un Tim Blake Nelson impossibile da odiare. Le apparenze, però, ingannano. Questo cantastorie di frontiera sembra abbastanza benevolo per poter cavalcare in mezzo alle cartoline della Monument Valley, la stessa che avete visto in una miriade di film di John Ford; riesce in qualche modo a restare in sella con la chitarra in mano, suonando Cool, Cool Water e indossando quel tipico abito bianco che di solito si attira addosso nuvole di proiettili. Di certo non è John Wayne. In realtà è un killer un po’ psicopatico. Tutto diventa chiaro quando Busters entra in un bar di fuorilegge dove nessuno vuole dargli del whiskey, dove nessuno lo lascia in pace mentre gioca a poker. È qui che iniziano le sparatorie (il film è vietato ai minori per un motivo). Un poster ritrae il nostro antieroe come un misantropo, e ci annuncia che il nostro protagonista è ricercato, vivo o morto. I registi-autori amano giocare con le parole, con il formale e l’assurdo come strumento di comunicazione. E qui sono al massimo della creatività e della potenza, ed è per questo che hanno vinto il premio per la sceneggiatura all’ultimo Mostra del Cinema di Venezia.

Nel segmento successivo, Near Algodones – i Coen introducono tutti i capitoli sfogliando le pagine di un libro illustrato – James Franco si prende il centro della scena interpretando un rapinatore di banche con il cappio al collo. Le circostanze, però, impediscono al suo cavallo di spostarsi, così da concludere l’impiccagione. I Coen si sbizzarriscono con le variazioni sul tema, così da sfruttare questa battuta con tutta la benzina possibile e passare alla prossima avventura.

Meal Ticket è una storia strana, in cui un manager di freak (Liam Neeson) cerca di trovare clienti che pagheranno per vedere la sua stella (e unica attrazione), un attore senza braccia e senza gambe, noto come L’Artista. Nell’interpretazione melliflua di Henry Melling (Dudley Dursley in Harry Potter), questo interprete di opere teatrali e poesie ipnotizza il suo ridotto pubblico di frontiera leggendo Ozymandias di Shelley e la Dichiarazione di Indipendenza. Il suo manager, nel frattempo, riesce a malapena a parlargli; l’isolamento comincia a devastare entrambi. I Coen rendono palpabile il senso dello sfruttamento, insieme a una minaccia strisciante che contrasta con il tono comico dei segmenti precedenti, in cui la morte può essere vista come un sollievo oltre che come uno shock.

La stessa schiacciante solitudine è al centro del capitolo successivo, All Gold Canyon, che presenta un eccezionale Tom Waits in un paesaggio remoto nei panni di un cercatore d’oro, al quale non sembra dispiacere affatto di essere isolato – finché la sua solitudine non è inaspettatamente disturbata. È qui che i Coen scavano ulteriormente e approfondiscono cosa significhi sopravvivere nel West quando l’avidità supera ogni interazione sociale.

Nel penultimo racconto, The Gal Who Got Rattled, i Coen allargano la visione e costruiscono qualcosa che avrebbe potrebbe essere ampliato fino a diventare un film. In questa storia in cui una carovana diretta in Oregon cerca di realizzare il suo destino su una prateria implacabile, i fratelli e il loro direttore della fotografia/pittore Bruno Delbonnel si prendono il tempo per lasciarci vivere con i loro personaggi, anche se i predatori Comanche minacciano di accorciare l’esistenza di tutti. Zoe Kazan è straziante nei panni di una donna che è diretta in solitaria verso ovest (suo fratello viene rapidamente fatto sparire), sperando che il matrimonio faccia parte della sua destinazione finale. Cade sotto la protezione del capo della carovana Billy Knapp, interpretato con forza, sensualità e tenerezza dolorosa da Bill Heck. I Coen non hanno mai lasciato entrare il sentimento nella dura realtà delle loro opere, soprattutto in questa. Ma il racconto suggerisce possibilità della vita che raramente si realizzano.

E poi arriva The Mortal Remains, con la personificazione della Morte che diventa protagonista quando tre passeggeri di una diligenza – un cacciatore chiacchierone (Chelcie Ross), un francese elitista (Saul Rubinek) e la moglie esigente di un soldato (Tyne Daly) – rifiutano di accettare la finalità del loro viaggio. Nemmeno le loro guide, interpretate Brendan Gleeson e un malizioso Jonjo O’Neill, e alcuni simbolismi riescono a convincerli. È un finale pesante, anche se inevitabile, per un film che inizia con un tocco così leggero. Ma i Coen sanno come trascinarti dentro prima di fregarti. E l’umorismo da forca della loro Ballad fatalista permette ai registi di fare ciò che sanno fare meglio: ridere di fronte alla morte.

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