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‘The Americans 6’, la fiducia delle spie

La serie è stato un gioco vinto sulla lunga distanza, un’opera che ha saputo crescere di stagione in stagione, fino a diventare un appuntamento immancabile.

C’è un momento preciso all’inizio di uno degli episodi dell’ultima stagione di The Americans, l’acclamatissima serie sulle avventure di una coppia di spie russe (sposate tra loro, e con prole) negli Stati Uniti sotto la presidenza Reagan e della Guerra Fredda. La scena dura soltanto 17 secondi durante i quali non succede nulla di particolare. I due protagonisti, con parrucca finta e camuffamento, mangiano patatine fritte in uno squallido fast food, in silenzio, aspettando di partire per un’ardua missione.

Sono ripresi in campo lungo, poi medio. Sotto non si sente nessun accompagnamento musicale, soltanto rumore di fondo. Fosse stato un film, l’avremmo etichettata come una semplice sequenza interlocutoria, un modo per togliersi di mezzo i titoli di testa dall’inquadratura e far partire l’azione. Ma questo non è un film e quei 17 secondi di pasto muto fra marito e moglie, che si conoscono l’un l’altra almeno quanto non conoscono nulla del destino che li attende di lì a pochi minuti, strabordano di un non detto fatto di tradimenti e riconciliazioni, di pietas e crudeltà, di amore, rimpianti e paura. Insomma, sono 17 secondi carichi di sei stagioni di racconto, pur senza una singola battuta o un primo piano a sottolinearlo. È uno dei lussi della vecchia, cara, lunga serialità di qualità.

Perché The Americans, giunta ormai al traguardo finale, è un prodotto di rara bellezza, una bellezza quasi classica, che spicca nel panorama seriale di oggi incredibilmente variopinto, eclettico, ma molto scostante. Quello di The Americans, invece, è stato un gioco vinto sulla lunga distanza, un’opera che ha saputo crescere di stagione in stagione, fino a diventare un appuntamento immancabile.

Il merito va agli sceneggiatori che, all’interno di appassionanti dinamiche da spy story pura, hanno saputo innestare in maniera molto sofisticata un discorso complesso e dettagliato sul matrimonio, la famiglia e la fiducia, che sono il vero cuore della narrazione. Anche la regia non è da meno: nonostante l’ambientazione anni ’80, non si cede mai alla deriva nostalgica del momento, mostrando una Washington fredda e grigia almeno quanto il cielo sopra Mosca.

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