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‘Terminator: Destino oscuro’: Sarah Connor prova a salvare il mondo (e il franchise)

Linda Hamilton torna sullo schermo insieme ad Arnold Schwarzenegger per resuscitare la saga. Ma non basta, e il film al box office parte decisamente male

Linda Hamilton è Sarah Connor

Qualsiasi fan di Terminator è in grado di raccontarvi che Sarah Connor – ex cameriera, madre del messia della resistenza umana, vera e propria sopravvissuta – impedisce a Skynet di trasformare il mondo in una discarica distopica e salva tre miliardi di vite alla fine di Terminator 2 – Il giorno del giudizio (1991). La fiducia nei suoi simili è stata ripristinata e l’idea che persino un androide possa imparare ad avere compassione l’ha ammorbidita. L’ultima volta che l’abbiamo vista, Sarah sta sfrecciando verso l’ignoto con suo figlio John, dopo essersi assicurata che l’umanità non rischi l’estinzione, almeno per il momento. Fine.

La nostra eroina però non è stata in grado di prevenire la creazione di una linea temporale in cui il franchise ha prodotto numerosi sequel che hanno… diciamo “annacquato” un po’ il marchio. Ci sono indubbiamente fan scatenati di Terminator 3: Le macchine ribelli (2003) e Terminator: Salvation (2009) e Terminator: Genisys (2015), o così pare: abbiamo incontrato personalmente alcuni di loro che erano ossessionati da The Sarah Connor Chronicles, la serie tv andata in onda per due stagioni tra il 2008 e il 2009. Ma il sospetto è che la preoccupazione maggiore di queste continuazioni e deviazioni vertiginose nell’universo di Terminator, che James Cameron ha creato con i primi due capitoli, fosse incassare al botteghino. Avevamo bisogno di un salvatore, uno che potesse alterare il corso della storia in modo che l’annuncio di una new entry non ispirasse tifo da stadio e radicato cinismo. Chi poteva salvare la baracca meglio di mamma Connor? Se l’obiettivo è la sopravvivenza di questa saga tanto controversa, bisogna per forza affidarsi a lei.

Non è una forzatura dire che Linda Hamilton è il motivo principale per cui dovreste correre a vedere Terminator: Destino oscuro: l’attrice 63enne è l’unica vera salvezza qui. Ovviamente la sua Sarah Connor ha avuto qualche aiutino. Per cominciare, Cameron è tornato a lavorare come co-sceneggiatore e produttore, ristabilendo il suo canone. Arnold Schwarzenegger riappare nei panni del nemico-amico meccanizzato. Mackenzie Davis (Halt e Catch Fire) è l’angelo custode “aumentato” rimandato indietro nel tempo, e Natalia Reyes, l’attrice colombiana al centro dell’affascinante epica gangster indigena Birds of Passage, è la giovane donna che il super soldato cibernetico deve proteggere a tutti i costi. Entrambe sono aggiunte interessanti al mix.

Ci sono parecchie sequenze prima che Sarah entri in scena. Un flashback di fine anni novanta – in cui Connor è ringiovanita digitalmente – rivela che aver fermato l’apocalisse non l’ha resa immune da tragedie. Incontriamo Grace (Davis) e Rev-9 (Gabriel Luna), nuovissimi modelli di implacabili macchine per uccidere. Sono entrambi alla ricerca di Dani (Reyes), che vive a Città del Messico e, proprio come Sarah una volta, è la chiave per vincere una futura guerra contro un’intelligenza artificiale decisamente megalomane. C’è scena di fuga che inizia con lo sfondamento delle pareti di una fabbrica e finisce con l’esplosione di macchine in autostrada. Il regista Tim Miller (Deadpool) ha un grande talento per l’azione; riesce a girare un film che impressiona, addirittura quasi come l’originale B movie rischia tutto di Cameron. La sensazione è che, come al solito, siamo davanti a un blockbuster abbastanza godibile.

Poi c’è un furgone che si ferma, stivali che toccano terra, e compare lei: Sarah Connor 1.0, con gli iconici occhiali da sole addosso, mentre spara su un mutaforma in corsa e usa un lanciarazzi per metterlo al tappeto. È l’entrata in scena che il personaggio (e l’attrice) merita, che assicura applausi spontanei e incontenibili nelle sale. Riuscirà persino a rubare la battuta più celebre del franchise. La tostissima sopravvissuta condividerà lo schermo sia con i nuovi arrivati che con i vecchi co-protagonisti, ma da questo momento in poi Destino oscuro è roba di Linda Hamilton, che si mette tranquillamente il sequel in tasca (quella posteriore dei pantaloni cargo sbiaditi) e se ne va: tutti gli altri recitano nel suo film.

Arnold Schwarzenegger e Linda Hamilton

Incluso Schwarzenegger, che torna nei panni di un T-800 addomesticato, che vive con una famiglia in una zona rurale isolata del Texas e sa tutto – ma proprio tutto – di tende. Connor nutre rancore per questo particolare modello vecchia scuola, ma riconosce che nemmeno Dani può salvare il mondo senza il suo aiuto. Nel mostrare questi due battibeccare e prendersi in giro – lei appassionata e prudente, lui che appiattisce intenzionalmente le battute per ottenere l’ effetto robotico –, il film non scommette pigramente sull’effetto nostalgia. Qui il loro attrito è il carburante della trama, così come la storia e la solennità che questi due vecchi leoni portano ai rispettivi ruoli. Buoni, pessimi o terribili, i film di Terminator sono di default una serie di grandi momenti uno dietro l’altro, una sequela di scene di inseguimento messe insieme e sospese su uno scheletro narrativo da gatto e topo. Questi due interpreti regalano a Destino oscuro un po’ di necessari carne e ossa; da sempre Hamilton è il tendine, il cuore e l’anima, motivo per cui la sua ricomparsa aiuta in questo ritorno alla forma. E Arnold è felice di lasciarle il comando

Di tanto in tanto il film esce dal multiplex per calarsi nell’attualità, specialmente quando ci porta dentro un centro di detenzione per immigrati lungo il confine tra il Texas e il Messico (un blockbuster in cui una donna latina salva l’umanità in questo particolare momento storico è una dichiarazione politica, che si voglia riconoscere oppure no). Ma una volta che Schwarzy si unisce al trio, il film si adagia su un ritmo riconoscibile di tira e molla. I buoni scappano. Il Rev-9 li insegue con droni, elicotteri, macchine, robot. Combattono su cargo militari, prima a 30mila piedi di altezza e poi mentre precipitano di nuovo sulla terra; sul fondo di un serbatoio; e anche, inevitabilmente, in un impianto industriale pieno di macchinari per la frantumazione dei metalli, perché il gioco riconosce il suo giocatore.

In altre parole, Destino oscuro è un mash-up tra cinema d’azione e spettacolo: per metà è come l’ingombrante T-800, che avanza con forza bruta verso un unico obiettivo, e per l’altra Rev-9, tutto eleganza digitale e tecnologia all’avanguardia. Siamo in un territorio molto familiare anche quando il film non lancia intenzionalmente battutine e semina riferimenti, soprattutto nella riunione finale dei personaggi per la resa dei conti. E mentre il brivido per la CGI, che Cameron ha sperimentato con T2 tanti anni fa, è ormai scomparso, quello di vedere un’eroina dei film d’azione vecchia scuola tornare a combattere è ancora molto vivo. Il suo cipiglio, la presenza sullo schermo, gli sguardi severi, il suo vocabolario hardboiled che si alterna a dialoghi compassionevoli – Hamilton ci ricorda esattamente cosa è mancato a questi film. Chissà se tornerà. Ora è qui, e fa la differenza.