Evergreen - Calcutta
Recensioni

Evergreen
Calcutta


La tenerezza è rivoluzionaria, dice (sul giornale) Papa Francesco. Il Frosinone è tornato in serie A. “Io certe volte dovrei fare come Dario Hubner” canta adesso Calcutta.

Composta durante un ritiro spirituale sul mare d’inverno a Sperlonga, Hubner alterna una metafora crepuscolare (che piacerà senz’altro a Gianni Mura) con enigmi di autobiografia ferroviaria: un treno fermo che va a Venezia, la stazione di Fondi (vicino Sperlonga appunto), un giubbotto e il proposito innamorato (tenerissimo cioè rivoluzionario) di “non lasciarci soli mai a consumare le unghie”.

Calcutta è Dario Hubner. Cantautore di provincia. Che sa cos’è un campo di kiwi (“dove mi vuoi seppellire” – il “campo di grano” di Mogol-Battisti che banalità al confronto). E mentre le canta si vergogna di aver anche pensato di arrangiarle, suonarle, certe canzoni storte, fauve – figurarsi sentirle intonare in coro nei concerti. Si protegge nel suo guscio – il cappuccio della felpa sopra il cappellino come fosse tutta casa sua, gli unici vestiti che ha. E non comparirà (quasi) mai in nessuno dei video-fotoromanzi che il regista Francesco Lettieri (lo stesso di Liberato) costruisce sulle sue canzoni: il gioco delle coppie tra piazza Vittorio e il Pigneto di Orgasmo. Cocteau a gettoni sul litorale di Fiumicino di Pesto. Adesso il karaoke tra i vecchietti che giocano a carte e la gita a Procida con la barista bona di Paracetamolo, il nuovo singolo.

Prigioniero di una nostalgia impossibile, di terza mano, di repliche, vecchi televisori accesi in case di vacanza che non guarda più nessuno, Calcutta canta in Rai “la notte di Corso Sempione” – indirizzo teneramente sixties dove sta la Rai a Milano. Ricorda così la sua unica ospitata in playback a Quelli che… con vago brivido lynchano: “Chissà se mi riconoscerà sul divano/ il mio gatto”. Come se nel mondo fossero rimasti soltanti gli animali di casa a guardare davvero gli umani.

Non solo strategia di inadeguatezza e sparizione, che in fondo è un peccato estremo di narcisismo. Invece: scenario postapocalittico, estetica della discarica. Come in Wall-E, in Toy Story. “Ti ricordi/ andavamo a passeggiare nei ricordi” canta in Briciole.

Oggetti di inaudita tenerezza che si vorrebbero (già) dimenticati, vintage ancor prima di essere ascoltate, struggenti sopravvivenze umane, le canzoni di Calcutta arrivano da radio e giradischi che suonano per nessuno. E per l’unica persona vera che saprà capire un verso come “ma poi da me non vieni mai/ che poi da te/ non è Versailles”.

Altre notizie su: