Home Recensioni

‘Ted Bundy: Fascino criminale’ – la recensione: il fascino indiscreto di un serial killer

Se il film non trova il modo di ritrarre il lato agghicciante dell'assassino è colpa del regista Joe Berlinger

Foto: Brian Douglas/Netflix

C’è un’idea audace dietro questo film sul lato più gentile e dolce del serial killer Ted Bundy che avrebbe dovuto funzionare: come può il bel viso di un uomo accecare al punto da nascondere il demone che ha dentro? Zac Efron incarna perfettamente la figaggine dello studente di giurisprudenza Ted, che ha continuato ad attrarre donne anche dopo che è diventato ovvio il suo essere ladro, rapitore, stupratore, necrofilo e assassino di massa colpevole di aver strangolato, picchiato e mutilato almeno 30 donne (potrebbero essercene altre) in sette stati a metà degli anni ’70.

Il titolo inglese, Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile, è tratto dalle parole del giudice della Florida Edward Judge D. Cowart (uno stellare di John Malkovich) quando lo ha condannato alla sedie elettrica. Bundy fu giustiziato il 24 gennaio 1989. Aveva 42 anni.

Il regista Joe Berlinger, un superbo documentarista (è sua l’eccellente trilogia di Lost Paradise), avrebbe potuto procedere in vari modi con questo materiale. Insieme allo sceneggiatore Michael Werwie, ha deciso di mostrare Bundy nella prospettiva di Elizabeth Kloepfer, a cui si riferisce con uno dei suoi pseudonimi, Elizabeth Kendall (Lily Collins), una madre single che il protagonista ha incontrato nel 1969 e amato con ardore e tenerezza mentre conduceva la sua seconda vita di selvaggio psicopatico. In altre parole, vediamo Bundy attraverso gli occhi di Elizabeth e, almeno per un periodo, come voleva essere visto lui stesso. Era l’immagine che Bundy ha presentato al processo, con tanto di papillon elegante mentre chiacchera con il giudice, chiamandolo “amico” e sfoggiando un sorriso destinato a scaldare i cuori. È agghiacciante.

Quindi nonostante Efron abbia dato il massimo, e anche di più, perché il film non funziona? Una cosa è che Elizabeth chiuda un occhio sul vero Bundy, un altro è chiedere al pubblico di condividere la sua illusione. Il film descrive gli atti violenti di Bundy, ma non li mostra mai realmente. In una scena, quella della visita al canile, un cane si ritira inorridito alla presenza di Bundy. Perché Elizabeth ci ha messo tanto? Ci sono profondità psicologiche che il film dovrebbe scandagliare e che invece restano inesplorate. Quando finalmente Elizabeth torna in sé, Bundy inizia a uscire con una vecchia amica, Carole Anne Boone (Kaya Scodelario), che è riuscito a mettere incinta mentre era in prigione e che gli ha donato la stessa cieca devozione di Elizabeth.

Che cosa ha motivato queste donne e, per quel che vale, Bundy stesso? Il film non dà risposte. Si possono trovare ulteriori approfondimenti nella biografia di Kendall, The Phantom Prince, e nel documentario Netflix di Berlinger, Conversations With a Killer: The Ted Bundy Tapes. Ascoltare la voce di Bundy, una miscela di autocommiserazione e narcisismo, gela il sangue. Berlinger conclude il suo film con clip del vero Bundy che pronuncia le stesse parole sentite da Efron poco prima. La realtà vince ogni volta sul suo rifacimento. Dopo quel casino che è stato Book of Shadows: Blair Witch 2, nel secondo film Berlinger perde la strada in un gioco di finzione, finita in un groviglio di cambiamenti di tono e opportunità mancate.

Altre notizie su:  Lily Collins Zac Efron