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Sudan Archives, ‘Athena’ è l’autobiografia epica di un talento del pop

La violinista e cantautrice di Cincinnati debutta con un album affascinante, un mix insolito di R&B, elettronica, ritmi africani e grandi melodie vocali. Le manca poco per competere con i grandi del genere

Sudan Archives

Foto press

Atena, la figlia preferita di Zeus, è la dea greca della sapienza, delle arti e della guerra. Una divinità guerriera, nata dopo una lotta e sempre raffigurata con l’arma in pugno, ma allo stesso tempo simbolo di saggezza, consigliera di giudici e guardiana dei giovani. Eroica e terribile, saggia e violenta, Atena è una dea dai due volti, esattamente come sono due le anime messe in mostra in Athena, disco d’esordio di Sudan Archives.

Nata 25 anni fa a Cincinnati, Sudan Archives (all’anagrafe Brittney Parks), è una cantante, violinista e produttrice americana. Il suo suono, sviluppato lungo due EP molto apprezzati dalla critica, è un mix tra R&B, elettronica, percussioni africane e hip hop. Un intreccio di influenze particolare, figlio di una biografia altrettanto particolare, possibile solo nell’era della musica digitale. Brittney Parks non ha mai scaricato un mp3 o comprato un CD; al liceo era una solitaria, esclusa perché cantava nel coro della chiesa; ha preso il primo aereo da maggiorenne; ha vinto la gara di dibattito del liceo con un’arringa che collegava la dispersione scolastica con l’assenza di stimoli creativi; ha incontrato il violino per caso e ha imparato a suonarlo da autodidatta. Ha scoperto tutto su internet: la musica che la influenza, l’origine della permanente ai capelli, la differenza tra acqua in bottiglia e del rubinetto. “Su internet ho trovato un sacco di cose, perché non avevo amici ed ero una ragazza della chiesa. A Cincinnati non c’era una grande scena di creativi, quindi dovevi aprire la mente e fare le cose a modo tuo. Dovevi avere qualcosa dentro di te”, ha detto.

Prodotto da Wilma Archer (Nilufer Yanya), Rodaidh McDonald (The xx) e Paul White (Charli XCX), Athena racconta la storia di una ragazza emarginata che ha trovato nella musica una nuova identità. Il disco è costruito intorno a tre strutture musicali: brani più spiccatamente pop (Confessions), divagazioni strumentali tra l’elettronica e l’ambient (gli intermezzi) e ballate sensuali dedicate ad amori conflittuali (Green Eyes). Se proprio dobbiamo trovare un riferimento musicale, allora è l’ultima incarnazione di Solange. Ma a differenza del suo When I Get Home, che si sviluppava attraverso una serie di non-canzoni fluide e collegate una dentro l’altra, Athena è un disco più ancorato ai canoni pop. Nei suoi momenti migliori convivono un po’ tutte le anime della scrittura di Sudan Archives: l’R&B, i ritmi africani, il violino, il suo grande talento per le melodie vocali e per metafore visive spiazzanti – in Iceland Moss, una ballata trascinata da una bella linea di basso e un elegante contrappunto di fiati, paragona la sua pelle al muschio d’Islanda.

L’Atena di Sudan Archives è una ragazzina obbligata a stirarsi i capelli e trattata male dagli uomini, è una donna di chiesa, un’esploratrice e archeologa musicale, un’artista che ha trovato nella sua nuova identità musicale una soluzione alla sua insicurezza, e un modo per stare al mondo. “Se affondi sempre più in profondità, dove i pesci sono davvero brutti e inquietanti, è lì che puoi trovare delle folli rovine di una città, ed è lì che vive l’Atena nera. È così che ho pensato a questo disco”, ha detto.

Più che un album, quindi, Athena è un’autobiografia epica, il racconto in musica delle sconfitte e dei successi di Brittney Parks. Un disco affascinante e pieno di spunti originali, che migliora quanto fatto con i due EP che l’hanno preceduto. Per competere con i grandi del genere, però, manca ancora qualcosa, quella canzone decisiva capace di segnare una carriera. Ma con questi presupposti, siamo sicuri che varrà la pena aspettare.

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