‘Spider-Man: No Way Home’, viva il multiverso! | Rolling Stone Italia
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‘Spider-Man: No Way Home’, viva il multiverso!

L'ultima epopea di Spidey importa alcuni cattivi dall'aspetto familiare e in qualche modo ricostruisce un intero mondo. È un film di supereroi perfettamente riuscito, soprattutto quando devia in un territorio più aperto e comico

Zendaya e Tom Holland in 'Spider-Man: No Way Home'

Foto: Matt Kennedy/Sony Pictures

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Attenzione questa recensione contiene spoiler

L’ultima volta che abbiamo lasciato Peter Parker, il nostro amichevole Spider-Man di quartiere, aveva appena visto le immagini del suo scontro a Londra con Quentin Beck, alias il salvatore ciarlatano Mysterio, trasmesse in tutta l’area metropolitana di Manhattan. Poi J. Jonah Jameson, uno che non ha mai incontrato un lanciatore di ragnatele che non volesse impiccare, espone Parker come l’uomo dietro la maschera. Quando la tua faccia giganteggia su un milione di schermi di Midtown e l’anchorman locale Pat Kiernan svela che un ragazzino-prodigio del Queens è il vigilante che ha “ucciso” un “eroe”, piccole cose come un’identità segreta, la sicurezza personale e l’idea di entrare in un college di alto livello vengono ormai considerati lussi passati.

È così che è finito Spider-Man: Far From Home del 2019, ma lo sapevate già, perché abbiamo visto tutti questi film, fino all’ultimo, non abbiamo scelta, la resistenza è inutile. Non è uno spoiler dire che, quando lo incontriamo di nuovo all’inizio di Spider-Man: No Way Home, pochi secondi dopo questa rivelazione, un bel po’ di merda ha appena colpito un battaglione di fan. Parker (Tom Holland) e MJ (Zendaya) si trovano nel bel mezzo di una scena che pare uscita da un mafia movie. Elicotteri sorvolano l’appartamento fuori città di zia May (Marisa Tomei). Sia la ragazza di Parker che il suo migliore amico, Ned (Jacob Batalon), stanno soffrendo le conseguenze dello stare al suo fianco. I sostenitori lo lodano, i teorici della cospirazione lo perseguitano, c’è chi lancia mattoni sulla sua finestra. Tutti conoscono il suo nome.

Per fortuna Parker ha un asso nella manica coperta di ragnatele: conosce un ottimo stregone. Chiamatelo Strange, o meglio, Dottor Strange. Non ha frequentato una scuola di medicina per otto anni, è diventato un chirurgo di fama mondiale, ha vagato per le remote aree dell’Estremo Oriente in un funk esistenziale e poi si è formato come maestro di arti mistiche per venire chiamato amichevolmente Stephen, cazzo. Mostriamo un po’ di rispetto al gentiluomo con il pizzetto e il mantello.

Peter ha un favore da chiedere a Strange (Benedict Cumberbatch), fondamentalmente questo: “Doc, sai come fare gesti elaborati con le mani e aprire portali verso altre dimensioni. Puoi invertire il tempo e cambiare il corso della storia, proprio come hanno fatto con Thanos e il blip, in modo che il fattaccio che ha svelato l’identità dell’Uomo Ragno non sia mai accaduto?”. Strange ha alcune rune e un incantesimo che pensa di poter lanciare per far dimenticare la rivelazione alle persone. Ma Peter continua a chiedere limitazioni e revisioni. E per questo motivo l’incantesimo non va esattamente come previsto. È poco dopo quella soluzione pasticciata che il nostro giovane eroe incontra un bizzarro cattivo che sta seminando il caos su un ponte. Parker non l’ha mai visto prima d’ora, ma noi sì. Sono passati circa 17 anni o giù di lì, ma questa non è sicuramente la prima volta che vediamo quei tentacoli meccanici…

Non siamo sicuri di quali accordi siano stati fatti per convincere Alfred Molina a riprendere il suo Doctor Octopus da Spider-Man 2 (2004), ancora considerato da molti uno dei più grandi film di supereroi di sempre, ma la sua apparizione dà il via a un assalto dal passato di Spider. Come i trailer e i poster suggeriscono da mesi, una serie di diversi supercriminali dei vari franchise di Spider e Spider-reboot si sono fatti strada in qualche modo nell’angolo dello Spiderverse in salsa Holland, pronti a terrorizzare l’ex compagno dei Vendicatori anche se loro stessi non hanno idea di cosa sia un Vendicatore. Doc Ock di Molina e Norman Osborn di Willem Dafoe, meglio conosciuto come Green Goblin, provengono dai film di Sam Raimi (2002-2007); Electro di Jamie Foxx ha affrontato il lanciatore di ragnatele nell’era di Marc Webb, The Amazing Spider-Man (2012-2014). Se conoscete entrambe queste saghe, riconoscerete alcuni degli altri nemici che si presentano per scatenare l’inferno per il nuovo Spidey. Assicuratevi di tenere a portata di mano un segnapunti. Vedrete anche alcuni volti familiari e alcuni inaspettati del Marvel Cinematic Universe, che compaiono solo per buttarsi nella mischia. Probabilmente avete sentito molte voci su questo film. Forse sono vere, o forse no.

Alfred Molina

Quello che possiamo dire è: No Way Home è un film di supereroi perfettamente riuscito. Ha un paio di ottimi momenti: lo scontro iniziale tra Ock e l’Uomo Ragno di Holland è la prova che il regista Jon Watts è diventato sempre più bravo a mettere in scena questo tipo di sequenze; c’è un vertiginoso inseguimento attraverso paesaggi urbani à la Escher che riecheggia una sequenza simile nel primo film di Doctor Strange, ma sembra ancora inventivo – oltre a qualche tragedia, alcuni sacrifici, Easter egg, sequenze post-credit e la sensazione che questo sia un set-up per il prossimo film, che a sua volta imposterà il film successivo, avanti e indietro all’infinito. Holland sta ancora cercando un equilibrio tra la responsabilità di salvare il mondo e l’angoscia adolescenziale, affronta ancora i cattivi e prova anche a organizzare appuntamenti con MJ. Questa è, per molti versi, solo un’altra tipica storia di Spider-Man piena di tipici elementi di Spider-Man, un altro capitolo della saga Marvel in corso, in continua trasformazione e senza fine, che dà più dipendenza degli M&M’s ripieni di cocaina.

Ma quando il film decide di deviare in un territorio più aperto e comico, inizia il vero divertimento. L’umorismo ha sempre fatto parte dei film di Spider-Man; anche la storia più austera di Spidey è piena di battute sull’idea che un bambino spari una ragnatela appiccicosa dai polsi. Eppure c’è uno spirito specificamente anarchico qui che ravviva le cose con un sussulto elettrico rispetto ad alcuni dei film-compagni di No Way Home, uno che gioca con la nostalgia e l’intensità del dilemma continuo di Parker (essere normale o eroico), le perdite e i guadagni che vengono dal coraggio di rendere il mondo un posto migliore a qualunque costo. Con grandi poteri… be’, il resto lo sapete. Sia che siate cresciuti tremando alla risata del Goblin di Dafoe o elettrizzati dal personaggio di Foxx, nell’attuale lista di collaborazioni Sony/Marvel c’è un pulsante che viene premuto per ognuno di noi. Il fan service qui è parecchio, come nella maggior parte dei film di supereroi moderni, ma ora abbraccia generazioni di fan. Perché avere un Marvel Cinematic Universe, chiede timidamente il film, quando puoi averne più di uno?

Coloro che ricordano quei primi film di Spider-Man avranno in testa anche un’ecosfera di successo completamente diversa e come, insieme al primo film degli X-Men, ci hanno fatto vedere le possibilità di tradurre quelle tavole disegnate sulla pagina in immagini in movimento su uno schermo. Quando la seconda ondata di film dell’Uomo Ragno è arrivata nei multiplex, eravamo già alle prese con quello che il compianto James Rocchi (critico di The Wrap, ndt) chiamava “il Marvel-Industrial Complex”. C’era una volta, e ora invece sei protagonista di una trilogia! Sei il capitolo 14 di un ciclo di 23 film/serie, un minuscolo puntino in una “fase” gestita da uno studio. Grazie ad alcuni scambi tra Sony e Marvel, abbiamo Spider-Man che interagisce con i Vendicatori in un capitolo di Capitan America, Iron Man che si presenta in un film di Spidey… i multiversi sono destinati a essere la prossima grande frontiera narrativa, e non solo per l’MCU, anche se loro sono pronti a sfruttare al meglio il concetto di mix-and-match. Non potrete mai più tornare a casa, non proprio. Ma No Way Home ci ricorda che, se sei un Galactus con le orecchie da topo, puoi sicuramente riconnettere le cose abbastanza da far sentire qualcuno, per un breve momento, come se fosse tornato al punto di partenza.

Da Rolling Stone USA