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‘Spenser Confidential’ è il film perfetto da vedere su Netflix in questi giorni

Godibilissimo dal divano di casa. E non solo perché Mark Wahlberg è al massimo della sua markwahlberghitudine, ma anche perché Peter Berg gira scene di combattimento da lasciarti davvero steso a terra

Winston Duke e Mark Wahlberg in 'Spenser Confidential'

Foto: Daniel McFadden/Netflix

Spenser (un Mark Wahlberg al massimo della sua “markwahlberghitudine”) è un ex poliziotto di Boston che ha appena finito di scontare i suoi cinque anni di prigione a Walpole: aveva preso a botte il suo superiore, un tizio facile alla violenza domestica e un pezzo di merda corrotto sul piano professionale; ma la polizia non sta a badare a questi dettagli, se tu stesso indossi la divisa. Dunque, l’ex sbirro è ora persona non grata per i colleghi in uniforme. Il giorno prima del suo rilascio, Spenser (pronuncia: “Spen-SAHHH”) viene assalito da un gruppo di balordi della Aryan Nations nella biblioteca del carcere. È un brutto ostacolo piazzato sulla sua strada verso la libertà, ma il lato positivo è che può fare quello che milioni di persone possono solo sognare: picchiare a sangue Post Malone, che interpreta uno dei tipi della gang. Spenser è convinto che qualcuno là fuori lo voglia incastrare. Bisogna solo capire chi. Questo è l’evento sospetto numero 1.

L’evento sospetto numero 2 è il fatto che, lo stesso giorno in cui il suo mentore – un allenatore di boxe di nome Henry (Alan Arkin) – va a prenderlo all’uscita di galera, lo stesso ufficiale di polizia corrotto che Spenser aveva menato viene trovato morto in una rimessa di scuolabus. Indovinate un po’ chi è il primo sospettato dell’omicidio? Viene rinvenuto con una pallottola in testa pure un poliziotto più giovane, anche lui una vecchia conoscenza del nostro: il quale sa che però il morto, a dispetto dei narcotici trovati a casa sua, era uno dei “buoni”. Tutto quello che Spenser vorrebbe è ottenere la patente per la guida dei camion, trasferirsi in Arizona e mandare a fare in culo Boston. Ma sapete come vanno queste cose. Quando un segugio fiuta qualcosa, vede dove quella pista lo porterà, che abbia il distintivo o no.

I lettori di Wonderland, il romanzo di Ace Atkins del 2013 incluso nel ciclo di Spenser e il 41esimo dedicato a questo antieroe, potrebbero sentirsi un po’ spaesato di fronte ai cambiamenti che il regista Peter Berg e gli sceneggiatori Brian Helgeland (L.A. Confidential, Mystic River) e Sean O’Keefe hanno operato sul materiale originale. Invece che prendere in prestito il personaggio principale, qualche volto di contorno e il soggetto del libro, hanno realizzato una storia del tutto nuova. Insomma, questo è un adattamento senza esserlo. L’ammaccatissimo cavaliere bianco non è più il cazzone dei romanzi, ma i fan della saga crime ritroveranno lo Spenser che conoscono e amano. È solo un po’ più tosto della versione portata sul piccolo schermo da Robert Urich in Spenser for Hire negli anni ’80 e ’90, e un po’ meno spigoloso di quello interpretato da Joe Mantegna in una serie di film prodotti da Lifetime all’inizio dei 2000. Si possono rintracciare tutte le caratteristiche del personaggio di Atkins ogni volta che Wahlberg va a fiutare la scena del crimine, seducendo gli informatori e freddando le teste dure.

E, dettaglio ancora più rilevante, i fan dell’attore coglieranno lo spirito dell’eroe di tutti i giorni duro ma amichevole che su Wahlberg funziona perfettamente, e che la star ha ormai reso una sorta di franchise. Alcune delle qualità di Spenser sono state adattate a Wahlberg come l’abito grigio che lui ha messo nell’armadio da un pezzo. E gli elementi distintivi di Boston sono pompati fino all’estremo – del resto, è dai tempi di The Fighter che il divo ha occasione di cimentarsi in questi “localismi” – e il fatto che il suo personaggio sia un boxeur dà modo a Wahlberg di mostrare ancora una volta le sue capacità in campo pugilistico. È abbastanza per comporre il ritratto di un “ordinary man” con cui empatizzare (vedi la scena con la vedova del poliziotto più giovane) e insieme di uno stronzo scatenatissimo, che Wahlberg sa interpretare variando i toni quando necessario. Ci sono anche parecchie scene in cui lo vedi scervellarsi mettendo in campo le sue doti investigative, ma senza mai diventare un moderno Sherlock Holmes. È solo un uomo con un grande cuore, una patente del Massachusetts, un intrigo in cui si ritrova invischiato e un personalissimo codice d’onore.

Questo film segna la quinta collaborazione tra Wahlberg e Peter Berg, dopo una tripletta di drammoni ispirati a storie vere (Lone Survivor, Deepwater – Inferno sull’oceano e Boston – Caccia all’uomo) e una pessima trasferta nel lontano Oriente (Red Zone – 22 miglia di fuoco). Si capisce perché i due continuano a lavorare insieme. Il regista sa tirare fuori il meglio dall’attore senza costringerlo a uscire dal proprio territorio abituale; e il divo sa interpretare benissimo questi duri-e-puri working class, e tutti i soldati e gli attaccabrighe attorno a cui gravita l’attenzione dell’autore. Se la mano di Berg può sembrare un po’ generica, è anche vero che sa dimostrare un sentimento e una partecipazione sinceri per questo sottobosco poliziesco che tanti colleghi non saprebbero maneggiare con una simile padronanza. Non sarà un autore stiloso, ma è sempre funzionale a ciò che racconta, e sa mettere a segno delle scene di combattimento da lasciarti davvero steso a terra. (Molto meglio Berg di Michael Bay, secondo noi – e sentitevi liberi di ricamare questa massima su un cuscino).

Non resta dunque che mettere su la più classica delle colonne sonore rock, e finire con la solita ripresa dall’elicottero su Boston tipica dei film che non sanno come chiudere. E invece, guardate un po’: Wahlberg e Berg sono la prova che le cose possono cambiare. Vedi l’uso del colossale Winston Duke, alias Hawk, il partner-in-crime di Spenser e una presenza rilassante, quando non è impegnato a mettere i delinquenti di turno letteralmente al muro. (Tra questo film, Black Panther, Noi e l’imminente Nine Days, questo gigante laureato a Yale sta diventando una delle pedine più affidabili sulla scacchiera del cinema contemporaneo).

Il ruolo del vecchio irascibile affidato ad Alan Arkin spiana la strada all’attore premio Oscar per una performance in cui dà tutto il meglio di sé. E poi c’è la stand-upper Iliza Schlesinger, nei panni del contraltare romantico part-time e della spalla comica a tempo a pieno, grazie alla sua parodia muscolare della tipica donna del Sud. E, ancora, Bokeem Woodbine, con i suoi sorrisi dietro cui si nasconde sempre una sottile minaccia. Forse non spendereste i soldi di un biglietto per vedere questo film, ma dal divano di casa è godibilissimo: il fatto che sia su Netflix è dunque assolutamente sensato. L’ultima scena lascia intuire la possibilità di un sequel. Ci sono cose ben peggiori in cui sperare per il futuro.

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