Sleaford Mods, la recensione di 'Spare Ribs' | Rolling Stone Italia
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‘Spare Ribs’ degli Sleaford Mods è la colonna sonora della vostra rabbia

L'album del duo inglese è la risposta acida, aggressiva e divertente ai mali della contemporaneità: la vita in isolamento, i conservatori ossessionati dagli stranieri, gli hipster che cantano di povertà


Sleaford Mods Spare Ribs recensione

Sleaford Mods

Foto: Simon Parfrement

Se l’unico suono che sopportate è il pulsare della rabbia che vi spacca il cervello, gli Sleaford Mods fanno per voi. Sono la risposta di Nottingham ai Fall: accompagnato dalle basi essenziali e brillanti di Andrew Fearn, il cantante Jason Williamson ne ha per tutti, dall’era dell’austerity al consumismo, fino ai difetti dell’industria discografica.

Spare Ribs, l’undicesimo LP dei Mods, è una scorpacciata d’indignazione. Odiate gli hipster che feticizzano la vita della classe operaia? Ascoltate Nudge It: il brano si apre con Amy Taylor (Amyl and the Sniffers) che grida “dammelo, dammelo”, per poi dedicarsi allo sventramento dei turisti della povertà. Stanchi di politici elitari e corrotti che si preoccupano solo del loro conto in banca? Mettete su Short Cummings, un attacco beffardo e osceno a Dominic Cummings, consigliere capo del primo ministro del Regno Unito. Avete pensato di sterminare la vostra famiglia, magari annebbiati dai mesi di lockdown? Ecco Top Room, che «parla dei problemi quotidiani dell’isolamento, soprattutto di chi l’ha vissuto a casa con tutta la famiglia», come ci ha detto Williamson. Contiene anche il verso: “Voglio qualcosa che venga fuori dal telefono”, un racconto fin troppo accurato del malessere da social media.

Scritto parzialmente durante il lockdown, Spare Ribs contiene canzoni sulla pandemia meno fastidiose di altre pubblicate in questi mesi. È un gran complimento, considerando la melassa e lo zucchero che si sono riversati nel mainstream musicale dell’ultimo anno. Oltre a Top Room, trattano l’argomento Glimpses, che racconta un mondo che si è fermato durante la prima ondata (“L’aria ha spazio adesso, ci sono bagliori tra le nuvole”), e Out There, dedicata allo strano e cupo vuoto dei giorni passati in quarantena. «Sembrava che da un momento all’altro Tom Cruise potesse sbucare da dietro l’angolo», ha detto Williamson delle strade deserte e dell’atmosfera distopica di quel periodo. Il pezzo è anche un vaffanculo ai conservatori convinti che tutti i problemi dipendano dagli stranieri. «Anche se il virus è arrivato da un altro Paese, ed è ovvio che sia così, credo che la questione sia un po’ più profonda», ha detto Williamson. «Insomma, c’è chi è convinto dell’idea che siano stati gli immigrati a portarlo qui, che idiozia».

Mettete su questo disco spassoso e acido dedicato alle tante malattie della società ogni volta che sentite salire un’ondata di rabbia. Potrebbe succedere da un momento all’altro.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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