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‘Space Jam: New Legends’ è un gioco all’eccesso

Il film starring LeBron James, che riprende il ruolo cult che fu di Michael Jordan, è un debordante mix tra animazione e live action che punta a divertire grandi e piccoli. Ma alla base c’è una riflessione sul presente (e il futuro) del cinema affatto scontata

LeBron James con Bugs Bunny in ‘Space Jam: New Legends’

Foto: Warner Bros.

Ecco la nuova gang. Non solo LeBron James e una caterva di attori e atleti che vanno da Don Cheadle a Steven Yeun, da Sarah Silverman a Lil Rel Howery (più una piccola incursione vocale di Rosario Dawson), fino a Nneka Ogwumike, Damian Lillard, Chiney Ogwumike e Kyrie Irving – capite perché parlavamo di gang. Ma anche, attorno a loro, tutto ciò che Space Jam: New Legends (nelle sale italiane dal 23 settembre) tira fuori dal forziere dello Studio che l’ha prodotto: citazioni che vanno da Casablanca a Mad Max: Fury Road, passando per la saga di Harry Potter e persino Rick and Morty. E ci sono naturalmente anche tutti i personaggi Looney Tunes, come se fossero presi direttamente dall’originale con Michael Jordan; ma stavolta con crossover aggiornati al tempo corrente, vedi Lola Bunny (nella versione originale doppiata da Zendaya) che scorrazza con le amazzoni per Themyscira, il che permette di omaggiare anche Wonder Woman (cui presta la voce, appunto, Dawson).

A un certo punto, nel bel mezzo della partita cruciale, spuntano pure gli spaventosi pagliacci amici del Pinguino (direttamente da Batman – Il ritorno) scortati dal Pennywise dell’attuale It, e poi gli Estranei di Game of Thrones, e una delle scimmie volanti del Mago di Oz. Il che fa subito pensare: la Warner Bros. è proprietaria di un sacco di roba. Il nuovo Space Jam – al di là di una trama che mischia il basket con una classica parabola padre-figlio e persino una sottotrama con protagonista un cinico villain di nome Al-G Rhythm (il personaggio di Cheadle) – è principalmente un esercizio su questo tema: se hai qualcosa, fallo vedere. Un esercizio che si poggia sul carisma naturale di LeBron, e che mescola animazione, battute da cartoon riciclatissime, e il plot facile facile dello Space Jam di una volta, ma con un twist che aggiorna la vecchia storia al nuovo secolo.

I più piccoli non se ne accorgeranno, ed è giusto così. I più grandi magari sì, e anche questo va bene. Si potrebbe dire molto sul fatto che il cattivo sia un algoritmo. LeBron James, nel ruolo di LeBron James, è un bravo papà con una bella famiglia (la grande Sonequa Martin-Green interpreta il ruolo della moglie immaginaria, Kamiyah) e, cosa più rilevante ai fini narrativi, un figlio di nome Dom (Cedric Joe) più interessato a creare videogame che a giocare a pallacanestro. James vuole insegnare la disciplina al figlio facendogli mettere da parte i videogiochi, così come un allenatore aveva fatto con lui quand’era bambino. Ma Dom è già molto disciplinato; è un esperto di gaming che sta ripensando allo sport di suo padre secondo la sua personale visione.

Sfortunatamente per qualche motivo – che non spoilereremo – LeBron e suo figlio rimangono intrappolati in uno di quei videogame e, be’, potete immaginare come andrà avanti la storia. Vi basti sapere che in scena troverete un superteam di giocatori cattivi ribattezzati Goon Squad, una partita per salvare Dom dall’algoritmo, le variazioni non troppo sottili sul film originale, con tutti i Looney Tunes che fanno la loro comparsa – e allungano il brodo fino alle due ore di durata.

Il momento migliore, a parte qualche risata di tanto in tanto e la comparsa del villain Don Cheadle, è rivolto… alla stessa Warner Bros. Ovvero: quando due tirapiedi dello Studio (Cheun e Silverman) cercano di convincere LeBron a “digitalizzarsi”. LeBron contro Mr. Freeze. LeBron che gioca a Quidditch. Ci sarebbe stato un altro possibile sviluppo, ma esiste già in un altro film: The Congress con Robin Wright, storia di un’attrice che si consegna a un “aldilà digitale” per far contenti gli Studios. In Space Jam: New Legends tutto questo non succede: non è quello che il pubblico vuole da un film come questo, che – nelle mani del regista specializzato in commedie Malcolm D. Lee – si prefigge soprattutto di far divertire la sua ampia platea. Il film fa quello che deve fare un prodotto di intrattenimento come questo. Non cerca di essere originale o lasciare il segno, al di là dell’aver coinvolto James come diretto erede di Sua Maestà Michael Jordan. Fa di James, una presenza notevole sullo schermo e un “non attore” assai convincente nei panni di un papà che vuole il meglio per suo figlio, una figura con cui empatizzare facilmente; LeBron si amalgama molto bene con questo affollatissimo mondo fatto di vecchia animazione e nuova computer grafica, e riesce ad essere il solido perno attorno a cui ruota tutta quella miriade di citazioni e riferimenti. Comprese le autocitazioni (vedi i divertenti “pizzini” sui passaggi di maglia dello stesso James), segno che animatori e autori sanno benissimo quello che stanno facendo.

Va tutto benissimo così: questo film arriverà alle persone a cui deve arrivare. Ma la trovata alla base di Space Jam: New Legends, la sua premessa fondante, è piuttosto agrodolce. O meglio: dolceamara. È il classico esempio di quel che succede quando una battuta – in questo caso, quella che riguarda la Warner Bros., e più in generale tutto lo Syudio system hollywoodiano del XXI secolo – diventa il pretesto per una riflessione più seria e consapevole. È molto chiaro: gli algoritmi hanno cambiato per sempre il corso e la forma dei media tradizionali, complottando verso un futuro che potrebbe far paura. Ma non piangiamoci sopra. Ridiamoci su. Rendiamolo lo spunto per nuove forme di creatività. Facciamo in modo che funzioni.

Space Jam: New Legends non è un’autopromozione da grande Studio, come inizialmente potrebbe sembrare. Lee e i suoi collaboratori hanno cercato – io credo in modo molto sincero – di rendere questa occasione ben più rilevante; hanno preso il potere di James sia come sportivo sia come uomo e l’hanno reso molto convincente sullo schermo. Ma, tornando a quelle battute sulla Warner, non si può fare a meno di pensare che il futuro che hanno in mente non sia poi così divertente. Un algoritmo cattivo? Chi l’avrebbe mai previsto? Be’, un sacco di gente. Ecco dove sta la vera battuta. Ecco dove sta il film.

Da Rolling Stone USA

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