‘Soul’: una lezione sulla vita, e su come dovremmo viverla | Rolling Stone Italia
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‘Soul’: una lezione sulla vita, e su come dovremmo viverla

Il nuovo film Pixar segue lo stile ‘psicologia pop’ alla ‘Inside Out’. Non sarà un capolavoro, ma ci fa porre più di una domanda su noi stessi (e quello che potremmo essere)

Foto: Disney/Pixar

Che cos’è l’anima? È quel sentimento che scorre tra emozione ed espressione, tra spiritualità e fisicità? È qualcosa di intimo, da sempre dentro di te, che aspetta il momento giusto per liberarsi? È l’essenza dell’umanità chiusa dentro un guscio? Cercare di definire il concetto è come mirare a un bersaglio che continua a spostarsi. Lo vedi e non lo vedi. Ma sai di avere un’anima.

Non ci sono domande da porsi, invece, quando si tratta di capire che cos’è Soul (“anima”, ndt): tutto ciò che serve sapere è che stiamo parlando del “nuovo lungometraggio della Pixar”, disponibile dal giorno di Natale su Disney+. È un film d’animazione che sta esattamente a metà strada tra l’assurdo e il serissimo, in grado di fare ridere e al contempo di commuovere. È doppiato da voci molto celebri, è zeppo di citazioni e parodie della cultura pop ma anche dell’arte più “alta”, e presenta una profondità e una raffinatezza inusuali per un’opera formato famiglia. La qualità è, lo sappiamo, un marchio di fabbrica. (A meno che non siano coinvolte automobiline antropomorfe.)

E anche se questo film di Pete Docter, il titolo successivo al suo Inside Out, si avvicina solo lontanamente alla grandezza e alla tenerezza di quel capolavoro, sembra comunque un bizzarro fratello gemello di quel cartoon uscito cinque anni fa. Se il film precedente si concentrava sul viaggio coloratissimo dentro al cervello di un’adolescente, Soul ovviamente si focalizza sul tema dell’anima. E il quesito esistenziale alla base del copione è solo l’apice di una serie di domande e pensieri profondissimi. Perché siamo qui? Cosa ci rende unici? Qual è il motivo per cui vale la pena vivere?

Per Joe Gardner (doppiato nella versione originale da Jamie Foxx, ndt), la risposta è: la musica. Da quando suo padre lo portò a vedere un concerto all’Half Note quand’era un ragazzino, ha sempre e solo sognato di diventare il nuovo Duke Ellington. Ma oggi Joe è un uomo di mezza età costretto a insegnare musica a studenti delle medie del tutto disinteressati all’argomento. (Basti il nome del pezzo che sta cercando di insegnare loro: Things Ain’t What They Used to Be, “Le cose non sono più quelle di una volta”.) Quando gli si presenta la possibilità di trasformare quel lavoro part-time in un’occupazione a tempo pieno – il che significa stipendio fisso e, dunque, stabilità economica – riceve la chiamata di un vecchio alunno diventato batterista (Questlove, ovviamente!). Il pianista del leggendario Dorothea Williams Quartet, di cui il musicista fa parte, ha piantato in asso la band: Joe potrebbe rimpiazzarlo?

Joe passa l’esame della scettica e burbera leader della band (Angela Bassett). È così felice di aver finalmente avuto l’occasione della vita che, mentre sta camminando, non vede un tombino e ci finisce dentro. Ed è qui che prende vita la vera e propria linea narrativa di Soul. Da un nastro trasportatore che sembra arrivare da chissà quale anfratto cosmico, spunta una figura informe con gli occhiali: la forza vitale di Joe. È così che il protagonista si ritrova nell’Ante Mondo. Immaginate un purgatorio pensato e dipinto, in colori pastello, da Fischer-Price. È qui che risiedono le future anime prima di arrivare sulla Terra, amministrati da burocrati coi tratti cubisti dei volti di Picasso che si chiamano tutti Jerry. Secondo quei burocrati, le piccole creaturine azzurre, prima di raggiungere la Terra, hanno bisogno di una guida. Devono sviluppare gusti, passioni, caratteristiche specifiche; devono possedere una propria personalità, prima di poter entrare nella loro fase “corporea”. Il nostro uomo, per non morire, architetta un piano di fuga: aiutare una piccola anima a crescere, prendere il suo “pass per la Terra” e rientrare nel suo corpo prima del concerto. Tutto molto semplice, finché non entra in scena Numero 22.

Cioè la Piccola Anima Senza Speranze, un esserino molesto e rompiscatole che ha rifiutato in passato l’aiuto di mentori come Abramo Lincolin e Copernico, che una volta ha fatto piangere Madre Teresa di Calcutta e che, nella versione originale, ha la voce di Tina Fey. Inoltre, 22 ha una maliziosità tipicamente femminile che rende il personaggio irresistibile. A 22 non importa scoprire lo scopo dell’esistenza. Non vuole nemmeno esistere. Joe deve convincerla a prendere vita, per far sapere al mondo che non è più l’uomo costretto in quell’eterno limbo, l’uomo che ammazza il tempo mentre aspetta che la sua esistenza cominci davvero.

Senza spoilerare troppo, possiamo dire che entrambi vedranno la luce del sole, ma non come si erano immaginati. I fan di un certo tipo di commedia anni ’80 si ritroveranno in un territorio familiare. Il fatto che Soul abbia un protagonista afroamericano, che sia stato scritto e co-diretto dal drammaturgo Kemp Powers (lo stesso di One Night in Miami…, ora diventato un film di Regina King) e che affronti temi della cultura e della borghesia black in modo del tutto naturale è piuttosto rivoluzionario. Così come il cast variegato di voci originali, che comprende Alice Braga, Rachel House, Wes Studi e Richard Ayoade. Tutto fa pensare che nessuno come la Pixar può generare questo mix di talenti e creatività viaggiando sempre a livelli altissimi, ma restando al contempo accessibile e divertente.

Foto: Disney/Pixar

Questo è ciò che rende Soul più di un semplice cartoon, anche se non è paragonabile a certe pietre miliari precedenti. Non ha la ricchezza che lasciava a bocca aperta di Coco (2017), capace di tradurre la tradizione messicana del Día de los Muertos (e la sua palette di colori) in qualcosa di universale. Ci sono però molti momenti in cui vedi in azione tutta l’inventiva degli animatori, dal veliero psichedelico usato dai “Mistici Senza Confini” all’aurora boreale versione be-bop che appare quando Joe si perde nella sua musica (ovvero le vigorose composizioni originali del jazzista Jon Batiste). I personaggi umani, paradossalmente molto più caricaturali, si riprendono la scena quando, dall’Ante Mondo, si torna sulla Terra. E sembrano pezzi di vita vera: vedi la sequenza dal barbiere o il dialogo tra Joe e sua madre (Phylicia Rashad), ancora più toccanti degli attesi sviluppi strappalacrime della trama. Davanti a qualsiasi film Pixar, una scatola di Kleenex è ormai un accessorio obbligatorio: in questo caso, serviranno soprattutto ai newyorkesi, che vedono sfilare di fronte la loro città resa realisticamente in tutta la gloria delle nuance autunnali, tra jazz club e negozi di libri usati.

Tuttavia, c’è la tendenza a rendere questa storia una semplice parabola sulla crisi di mezza età: una sorta di nuovo manuale in stile Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, soprattutto quando si avvicina al finale. Per quanto la Pixar abbia saputo portare il cinema per ragazzi a una forma d’arte vera e propria, è ancora avvezza a quel tipo di psicologia “pop” che a volte scade nella banalità: una critica che non viene meno di fronte alla convinzione di Joe di non aver sfruttato a pieno il proprio potenziale.

Ci sono molte lezioni di vita – e su come la vita andrebbe vissuta – in Soul. Ma la migliore è, ironicamente, la più semplice: guarda, ascolta, impara, goditela. Forse, alla fine del film, non avrete la risposta alla domanda: che cos’è l’anima? Ma vi chiederete se, qualche volta, non capita anche voi, di sentirvi disconnessi dal vostro io.

Da Rolling Stone USA