Megan Thee Stallion, la recensione di 'Good News' | Rolling Stone Italia
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Solo Beyoncé può competere col flow di Megan Thee Stallion

Nel debutto 'Good News', dove ospita Bey, Young Thug e DaBaby, la rapper usa il suo talento esplosivo per dirci tre cose: gli uomini non valgono nulla, lei non ha rivali, nessuna ha un culo come il suo

Foto: Campbell Addy per Rolling Stone US

Negli ultimi due anni Megan Thee Stallion è stata al centro della conversazione rap al punto che quasi non ci si crede che Good News sia il suo debutto. Puoi averla conosciuta ai tempi dei mixtape indie, quando ha celebrato la Hot Girl Summer nel 2019 o quando assieme a Cardi B ha invitato una nazione in quarantena a liberare la propria energia sessuale repressa con WAP. In ogni caso, la rapper di Houston, 25 anni, riesce sempre a farti sentire un passo indietro.

Megan è riuscita a trasformare le sue sfortune personali in un’opportunità per amplifiare il suo messaggio. Quando in estate ha detto che il cantante R&B Tory Lanez le ha sparato a un piede, i social media hanno risposto con sprezzo misogino e lo stesso Lanez ha cercato di screditarla in un mixtape. A quel punto lei ha fatto una mossa intelligente con cui ha dimostrato grande autostima: si è esibita a SNL di fronte a un cartello che recitava “Protect Black Women” e ha attaccato l’Attorney General del Kentucky per non aver perseguito i poliziotti che avevano ucciso Breonna Taylor. Ha dato seguito alla cosa con un articolo sul New York Times su come la violenza sulle donne nere sia costantemente sminuita e ignorata dagli americani.

Good News, però, non è un disco di rap socialmente consapevole. Megan chiede giustizia per Taylor nella traccia d’apertura, Shots Fired, e nel pezzo se la prende anche con Lanez, ma non è un tema centrale rispetto al messaggio che vuole mandare: rappando sulla strumentale del ritornello di Who Shot Ya? di Notorious B.I.G., Meg fa capire che vuole riscrivere la storia del rap a sua immagine e somiglianza.

Non è niente di nuovo per una che ha già usato classici di NWA (Girls in the Hood, inclusa nel disco) e Tupac (B.I.T.C.H., dall’EP Suga, uscito in primavera). Meg si appropria dell’orgoglio spaccone di questi rapper per dire tre cose: gli uomini non valgono un cazzo (ma i cazzi grossi hanno la loro utilità); lei non ha rivali; nessuna al mondo ha un culo come il suo, il tutto in rime imbattibili come: “If I wasn’t me and I’ve would’ve seen myself, I would have bought me a drink / Took me home, did me long, ate it with the panties on”.

Good News contiene bei feature con rapper maschi, soprattutto Young Thug e DaBaby che rende omaggio allo straordinario posteriore di Meg. Le donne, però, si integrano meglio al suo stile, completandolo. In Do It On the Tip, Meg unisce le forze con le mercenarie arrapate di Miami, le City Girls, mentre in Savage Remix Beyoncé dimostra d’essere l’unica dotata di un flow che rivaleggia col suo.

Se la presenza e lo stile di Meg non mostrano tracce di insicurezza, alcune scelte di produzione sembrano timorose, come se non si fosse convinti che la rapper sia in grado di reggere un album intero. L’esempio più chiaro è Intercourse, una produzione di DJ Mustard in cui il cantante giamaicano Popcaan si sforza di ripetere le parole “sexual intercourse” con una qualche parvenza di sensualità.

A volte i ritornelli cantati sembrano incollati alle canzoni, ma è solo perché il flow di Megan è talmente musicale da contenere tutto quel che serve per catturare l’ascolto. Prendete Body, dove Megan stiracchia il titolo in una serie di “ody-ody-ody” così ritmati da farvi immaginare un culo che ondeggia sul beat. Good News costringe il pubblico mainstream ad accettare Meg per quella che è: una donna di classe, snob, esagerata. Una rapper che contiene moltitudini.

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