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‘Sole Cuore Amore’ di Daniele Vicari è una storia di donne forti e uomini deboli

Il nuovo film di Vicari racconta un sistema che schiaccia il tempo e la felicità. Eppure, su tutto, è l'amore a vincere
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Le note jazz, un ballo, colori che si destrutturano in una inquadratura che tiene insieme corpo, spirito e sguardo. Te ne accorgi subito che Sole cuore amore – la canzone di Valeria Rossi è in una scena illuminante nel suo stridere, così come fanno titolo e film – è un’opera diversa, spiazzante, altra.

Un lungometraggio che ti trasmette l’inquietudine quotidiana degli eroi silenziosi che non vorrebbero esserlo, dei martiri che non conoscono il loro destino e gli vanno incontro convinti di sfidarlo. Dalle prime scene senti la paura indefinita che ti attraversa, insieme alla voglia di vivere. E succede, in ogni momento del film, che è una sinfonia nella sua impietosa lucidità.

Daniele Vicari ha sempre avuto un approccio etico ed estetico diverso dai suoi colleghi: il suo è un cinema che affonda nella realtà, senza scorciatoie. Non la giudica, ma non l’asseconda neanche, la scava, la indaga, la scarnifica. Ha il coraggio di mostrarci il nostro mondo, senza smettere di fare cinema, anche con una storia vera.

Lo senti nell’interpretazione quasi insopportabile nella sua perfezione di Isabella Ragonese, che presta i suoi lineamenti raffinati a un volto proletario, accetta di invecchiarsi e “stancarsi” per diventare Eli. Moglie innamorata, madre instancabile, lavoratrice indefessa. La sua vita è troppo difficile: si sveglia alle 4 per raggiungere il bar in cui lavora, sostiene turni massacranti e a casa la colonna rimane lei, con maschi inadeguati – Montanari, splendido nella sua impotenza dolente; Acquaroli sconvolgente nel suo essere inconsapevole ingranaggio di un sistema cannibale – a farle da contorno.

La sua generosità la consuma, eppure vive. Nel ballo con Eva Grieco sul pianerottolo e in quel loro cercarsi, starsi a fianco, sempre e comunque; nell’amore, per la sua famiglia, mai banale e tanto dolce quanto estenuante; nel gioco al bar per strappare mance, nello stare vicina alla collega. Vicari usa la macchina da presa come se fosse un pennello, ci immerge in questo mondo infame, ce lo fa toccare, non rinuncia alla visione, ma la riempie di senso e significato, anche grazie a importanti scelte di fotografia e montaggio.

Isabella Ragonese, squassante nella sua bravura, ce lo fa vivere, con una mostruosa capacità di indossare una storia maledettamente vera. E capisci che è proprio il suo sorriso, il granello di sabbia nell’ingranaggio. Il suo principale non è cattivo, suo marito non è debole: qui non ci sono colpevoli, solo vittime. E lei soccombe, perché davanti a questo sistema non vuole piegare la testa. E così si spezza.

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