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Snoopy & Friends

Leggi la nostra recensione del film dei Peanuts su RollingStone.it
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Disegnando le strisce dei Peanuts, Charles Schulz aveva un obiettivo: rappresentare il mondo in cui viveva, raccontare le brutture dell’essere più piccoli e l’inadeguatezza di cui, spesso, ci sentiamo colpevoli. Come in un Signore delle Mosche in bianco e nero, ma senza morti ammazzati e guerre di potere. Un mondo di piccoli uomini e donne, pronti a sfottere, deridere e a sbagliare. Trovare una morale nelle storie di Charlie Brown era un’impresa: perché una vera morale non c’era. Come non c’è nella vita di ogni giorno: non prendiamo l’autobus o la metropolitana aspettandoci un riconoscimento. Non paghiamo le bollette aspettandoci la claque alla fila delle poste. Lo facciamo e basta.
Ogni personaggio dei Peanuts rappresenta, a modo suo, un aspetto dell’essere adulti: Charlie Brown è l’alter-ego di Schulz, Lucy è il cinismo, Linus è la ragionevolezza che cede alla minima difficoltà, sempre stretto alla sua coperta, e così via. La cosa veramente assurda è che il più “normale” – chi meglio rincarna il sogno americano, chi riesce, chi stupisce, chi piace senza riserve – è Snoopy, un cane.
Rispetto al passato, Snoopy & Friends, il film diretto da Steve Martino, volta completamente pagina. Del registro originale di Schulz non resta niente. La storia – che abbiamo già visto e letto decine di volte – ha una morale piuttosto significativa: l’importante è provarci; mai darsi per sconfitti. Che da una parte è un messaggio perfetto per i più piccoli, ma che fa perdere qualsiasi collegamento con le strisce dei Peanuts e l’idea di Schulz.

Le ambientazioni ricreate in computer grafica sono fedeli a quelle originali, con sfondi che restano bidimensionali e colori che sfumano a seconda della distanza con l’obiettivo. Ogni tanto ci sono incursioni di animazione 2D, in bianco e nero, e ritornano tutti gli sketch che hanno reso più famosi i Peanuts – Charlie Brown che prova a far volare un aquilone, che prova a calciare una palla da football o che gioca a baseball, e Snoopy che si improvvisa prima scrittore, poi aviere. Ma non sono gli stessi che abbiamo imparato a conoscere con i cartoon o con le strisce: la forma è la stessa, non la sostanza. Manca il cinismo, la sostanziale critica di Schulz al sogno americano, all’approccio naif di una società che crede di fare il bene ma che invece si omologa e distrugge, senza se e senza ma, tutte le differenze. (A un certo punto, nel film, Charlie Brown viene incoronato “bambino genio” e viene per questo osannato dai suoi compagni di scuola. Quando mia si è vista una cosa del genere?)

In Snoopy & Friends funziona l’operazione nostalgia (fino a un certo punto), ma non c’è una trasposizione fedele di quello che si aspetterebbe un lettore dei Peanuts. Allargare il pubblico, certo: questo è fondamentale per un film. Ma è altrettanto vero che snaturare così, senza mezze misure, uno dei personaggi più importanti della letteratura a fumetti di tutti i tempi ha i suoi contro. Charlie Brown, da inadeguato, diventa un eroe. Una persona onesta e buona, da cui prendere esempio, che alla fine “ce la fa” (a parlare con la ragazzina dai capelli rossi, a far volare l’aquilone, persino a farsi accettare da Lucy). L’importante è partecipare e non vincere – di nuovo, un mantra che viene ripetuto fino alla nausea (ma i più piccoli riusciranno a coglierlo? Siamo sicuri? Difficilmente lo noteranno i genitori, figurarsi loro). Che è, davvero, una cosa sacrosanta. Ma non nelle strisce di Schulz, sempre amareggiato dal mondo in cui viveva.
I bambini troveranno un nuovo eroe, i grandi ne troveranno uno diverso: un’ora e mezza di film che passa senza colpo ferire, ma che non rende il giusto omaggio a un fenomeno cartoonesco.

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