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Sharon Van Etten ha ambizioni senza limiti

“Remind Me Tomorrow”, l’ultimo album della cantautrice, dimostra una visione del pop grandiosa e bruciante, che fa venire in mente Lana Del Rey e St. Vincent



Nel corso dell’ultimo decennio Sharon Van Etten è emersa come una delle autrici più sanguigne e potenti del globo, capace di creare canzoni dai sentimenti enormi ma con gli stessi livelli di sofferenza romantica di Taylor Swift: “The moral of the story is, don’t lie to me again”, avvertiva nel suo primo successo Consolation Prize; chi canta una frase così, di solito, finisce per dormire con un occhio aperto.



Van Etten ha iniziato suonando un folk rock silenzioso e contrariato, ed è per questo che molti continuano a considerarla un’artista “indie”. Ma ha sempre avuto idee più grandi per la testa; Are We There, del 2014, era una cattedrale di sintetizzatori desolati, chitarre drammatiche e orchestra. Il suo ultimo, fantastico album, Remind Me Tomorrow, alza ancora l’asticella delle sue ambizioni, proponendo una visione del pop grandiosa e bruciante che fa venire in mente Lana Del Rey e St. Vincent (il suo producer, John Congleton, ha lavorato con entrambe), insieme allo spirito da guerriera new-wave di Karen O degli Yeah Yeah Yeahs.

Il suo precedente LP cresceva lentamente, con un incedere sepolcrale. Questa musica è altrettanto stratificata, ma le canzoni sono scolpite con più sicurezza. Nel singolo Comeback Kid, Van Etten suona come una vendicatrice della MTV degli anni ’80: si fa strada a pugni tra i sintetizzatori e i fill di tom alla Phil Collins. Jupiter 4 è la versione romantica del jazz interplanetario che Bowie ha esplorato in Blackstar.

L’immediatezza della musica si riflette nella nuova generosità dei suoi testi. L’album si apre con Van Etten sola al pianoforte: “Sitting at the bar, I told you everything/You said, ‘Holy shit,’”, canta. Poi il brano si trasforma in una di quelle canzoni spaziali dei Portishead, e Van Etten racconta di bevute, di una fiducia più grande dei brutti ricordi. Questa nostalgia springsteeniana esplode in Seventeen e nella ballata trip-hop You Shadow, dedicata alla gioia esasperante che si prova a diventare genitori. “Use loving words and be gentle and kind”, avvisa, come un Mr. Rogers indie-rock.

Sharon Van Etten, foto via Wikimedia

Il momento più folgorante dell’album, però, è Malibu, una driving song californiana su una coppia che si innamora guidando sulla Interstate 101. È un brano meraviglioso e disturbato da un’elettronica disturbante – come una canzone di Joni Mitchell persa in un delirio synth-punk alla Suicide, o come la stessa Malibu, un paradiso distrutto dagli incendi. Se la paura non ha tempo, allora la libertà di cui canta Sharon Van Etten – e che dimostra in tutto l’album – è eterna.

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