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‘Sergio’: oltre il custode della pace dell’ONU, c’è il ritratto appassionato di un uomo che ama

La performance di Wagner Moura di 'Narcos' nei panni del compianto "Sergio" Vieira de Mello è il motivo principale per vedere questo biopic tra realtà e sentimentalismo su una leggenda della diplomazia internazionale

Wagner Moura e Ana de Armas in 'Sergio'

Foto: Netflix

Se un film a tema geopolitico ispirato alla vera storia di Sergio Vieira de Mello, diplomatico brasiliano delle Nazioni Unite, non vi sembra la cosa più adatta da vedere durante una pandemia, vi sbagliate di grosso. Quale momento migliore per celebrare un uomo che ha sempre messo davanti i diritti umani, invece che la politica? Sergio, passato in sordina al Sundance prima di debuttare su Netflix lo scorso 17 aprile, è la Storia con la maiuscola che prende vita, con l’aggiunta di una buona dose di denunce e avvertimenti ancora validi. Il regista Greg Baker, basandosi sulla sceneggiatura a tratti troppo debole di Craig Borten, drammatizza il suo stesso documentario del 2009 su Vieira de Mello (ma tutti lo chiamavano Sergio, perciò lo faremo anche noi). Il tuffo nell’agiografia e nel sentimentalismo non ostacola il suo desiderio di calarsi ancora più a fondo nella psicologia di questo martire alla ricerca della pace nel mondo. Una volta un giornalista descrisse Sergio come “un incrocio tra James Bond e Bobby Kennedy”. Difficile trovare una definizione più precisa.

Interpretato con carisma e un pizzico di ironia da Wagner Moura (già giustamente acclamato per il ruolo di Pablo Escobar nelle prime due stagioni di Narcos), Sergio si rivela l’uomo su cui l’ONU può sempre contare, il custode della pace che, se serve, si presta a negoziare persino coi terroristi. Ci viene anche mostrato mentre si sporca le mani lavorando sul campo, o quando reagisce alle accuse di essere una semplice copertura alle strategie di politica estera degli Stati Uniti. Il protagonista, all’epoca alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ci viene presentato in fin di vita, sepolto dalle macerie lasciate dall’esplosione di una bomba al quartier generale dell’ONU a Bagdad, commissionata dal supercattivo di Al Qaeda Abu Musab al-Zarqawi nel 2003. Insieme all’esperto di rifugiati nonché irriverente compagno di lavoro Gil Loescher (Brian F. O’Byrne), Sergio era stato inviato in Iraq per negoziare la pace e assicurare elezioni regolari. La tensione aumenta con l’invio, da parte della Casa Bianca, del protégé di Donald Rumsfeld, Paul Bremer (Bradley Whitford). È da quel momento che il film comincia a utilizzare l’espediente un po’ forzato dei flashback nel passato di Sergio, mentre due impreparatissimi soldati americani, interpretati da Garret Dillahunt e Will Dalton, provano inutilmente a tirarlo fuori da quelle tonnellate di pietra e cemento.

Quella di Sergio è una vita decisamente piena, come mostrano gli episodi che hanno messo alla prova i suoi nervi in Cambogia, a Timor Est, in Indonesia e, non ultimo, in Iraq. I suoi sforzi di virtuosismo diplomatico, ripresi su larga scala per la loro capacità di tenere insieme idealismo e pragmatismo, sono interrotti dalla scelta di Barker di romanzare l’appassionata relazione tra Sergio, che era un uomo sposato, e la consulente economica dell’ONU di origini argentino-italiane Carolina Larriera. Le dà magnificamente volto Ana de Armas, già al fianco di Moura nel thriller Wasp Network di Olivier Assayas. I due si conoscono nel corso dei negoziati per l’indipendenza di Timor Est dall’Indonesia. L’attrazione tra i due è immediata, e se il film gira attorno (ma senza ignorarla) all’esistenza della moglie francese di Sergio, Annie, e dei loro due figli, non c’è dubbio che Carolina sia la sua anima gemella.

Per alcuni, la storia d’amore di Sergio con Carolina, sopravvissuta all’esplosione che gli costò la vita, banalizza il valore dei traguardi diplomatici raggiunti dal protagonista. Che c’entra l’amore con un uomo che, in alcuni salotti, era considerato il candidato ideale per la carica di Segretario Generale delle Nazioni Unite? Moltissimo, almeno secondo il film. E, grazie alle intense performance di Moura e de Armas, finirete per essere d’accordo anche voi. Perché eliminare il sesso, il dubbio e il compromesso, in un mondo che ha sempre più bisogno di eroi come noi comuni mortali? Sergio non è un film su un santo o un peccatore, ma il tentativo (il più delle volte riuscito) di consegnare il ritratto a tutto tondo di un uomo. Certo, a volte tende a mettere il suo protagonista su un piedistallo: ma, in questi tempi così bui, lottare per la speranza e l’ideale sembra la cosa giusta da fare.

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