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‘Senza Lasciare Traccia’: padre e figlia, specchio di un’America distrutta

È rischioso definire un film un'opera d'arte, ma non c’è termine migliore di 'arte' per descrivere l’urgenza espressiva e incontrollata di questa pellicola.

È rischioso definire un film un’opera d’arte – si può far credere al pubblico che stia per mandare giù qualche cosa di alto, invece preferirebbe ingurgitare schifezze da multiplex. Ma non c’è termine migliore di arte per descrivere l’urgenza espressiva e incontrollata di Senza lasciare traccia. Lo guardi e lo assorbi fino a quando gli alti e bassi del film diventano parte di te.

I due lungometraggi precedenti della sceneggiatrice e regista Debra Granik sono versioni ridotte di drammi con donne in prima linea per sopravvivere: Down to the Bone (2004) segue una Vera Farmiga fatta di cocaina che lotta per avere una vita normale, mentre Un gelido inverno (2010), nominato all’Oscar, vede una giovane Jennifer Lawrence affrontare povertà e abbandono da parte dei genitori negli Ozark. La forza femminile, questa volta, è una ragazza di 13 anni di nome Tom, e cioè la neozelandese Thomasin Harcourt McKenzie in una performance mozzafiato. Vive in un parco forestale nelle montagne a ovest di Portland, in Oregon, insieme a suo padre Will (un Ben Foster implosivo e indelebile). È un veterano di guerra affetto da disturbo da stress post traumatico, la ragione per cui Tom ha vissuto allo stato brado dalla morte della madre. Abuso di minore? No. Questa vita con il padre è l’unica che ha mai conosciuto.

McKenzie e Foster mettono in scena un legame tenero che non lascia dubbi sulla sincerità della loro connessione. Cercano funghi, raccolgono l’acqua piovana, costruiscono rifugi, fanno esercitazioni per proteggersi dagli animali selvatici e occasionalmente vanno nella grande città per rifornirsi. Il denaro va e viene, grazie a Will che vende i suoi farmaci a trafficanti in una tendopoli. Il film non dipinge questa esistenza come idilliaca; grazie all’occhio indagatore del direttore della fotografia Michael McDonough, ne puoi percepire la durezza. Ma va tutto bene per Tom e Will. Finché, a un certo punto, qualcosa non funziona più.

Basato sul romanzo di Peter Rock del 2009, My Abandonment, la sceneggiatura scritta da Granik e Anne Rosellini è avara di dialoghi e retroscena. Quello che sappiamo viene dal vedere Will e Tom insieme. La loro vita nei boschi è una cosa e diventa totalmente qualcos’altro quando la società li separa. Vivere su terreni pubblici è contro la legge. Padre e figlia vengono segnalati e devono passare attraverso la macchina dei servizi sociali. Una funzionaria (Dana Millican) è sorpresa dal fatto che Will abbia dato un’istruizione a sua figlia. Ma dopo che lui ha risposto alle domande di un computer sul suo stato mentale, ai due viene assegnato un alloggio in una comune rurale. Per Will è difficile avere un tetto sopra la testa.

Per Tom no. Ed è qui che Senza lasciare traccia trova il suo cuore, nella divisione tra genitore e figlia. Il regolamento impone richieste – lui deve cercare un lavoro, lei deve andare a scuola – che invitano alla ribellione. Ma la giovane donna reagisce bene alle lezioni, all’interazione sociale, a un ragazzo del posto che alleva conigli e alla gentilezza degli estranei. La sua vita non deve essere per forza come quella di suo padre, e Granik lascia che spiragli di speranza si facciano strada nella sua visione irremovibile di un’America distrutta. Questo è ciò che dà al suo racconto ipnotico e ossessivo sulla separazione il suo potere silenzioso e la sua straordinaria grazia.

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