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Senza Doja Cat il mondo del pop sarebbe molto meno eccitante

‘Planet Her’, il suo terzo album, sembra quasi un debutto. Un po’ Nicki Minaj e un po’ Lady Gaga, ascoltarlo è come esplorare le profondità di un universo strano, spettacolare, squisitamente camp

Doja Cat

Foto press

Doja Cat è una stramba, ed è per questo che ci siamo innamorati di lei. In fondo, è diventata virale per la prima volta con una canzone sulle mucche. Sono passati diversi anni da Mooo!, ma il mondo non riesce proprio a liberarsi di uno dei troll più importanti del pop (solo Lil Nas X può competere con lei). Doja Cat si è attirata addosso quel tipo di controversie che avrebbero abbattuto moltissime star, dai tweet offensivi ad alcune pessime uscite sul Covid. Ma se il suo dominio dell’ultimo anno su web, radio, classifiche e award show ci ha insegnato qualcosa, è che la comandante degli edgelord è qui per restare.

In Planet Her Doja Cat ci invita a esplorare il mondo squisitamente assurdo ed esageratamente camp con cui gioca da un po’. Il disco si presenta come una sorta di B-movie di fantascienza, ma in realtà è puro divertimento pop. A guidare lo show ci sono il collaboratore storico Yeti Beats e l’astro nascente Y2K, che accompagnano l’energia caotica della rapper-cantante con un mix di trap, funk e bubblegum.

Le canzoni più forti sono tutte di Y2K, che oltre a spingere Doja oltre i suoi limiti l’ha messa a confronto con gli strani universi pop di Ariana Grande e Young Thug. Payday e I Don’t Do Drugs, rispettivamente con i featuring di Thug e Grande, sono il centro del disco: una coppia di canzoni soffici, folli e indimenticabili.

A differenza dei due dischi precedenti, Dr. Luke – che a causa della battaglia legale con Kesha e delle accuse di violenza è diventato persona non gradita in un mondo pop che una volta dominava – ha un ruolo molto minore e ha contribuito solo ai tre singoli. È stato lui a ingaggiare Doja Cat quando aveva solo 17 anni, prima che quelle accuse diventassero pubbliche e prima che lei diventasse un nome. Il suo rinnovato status di hitmaker, conquistato soprattutto grazie alla potenza di Doja, ha dato la nausea a parte del pubblico e ad altri artisti, una nausea che la rapper adesso ha ereditato. Tuttavia Planet Her dimostra senza alcun dubbio che la sua creatività non dipende da quella dei suoi collaboratori.

Ovviamente, Doja brilla soprattutto grazie alla sua voce. Ha un flow e un timbro elastico, agile e spesso volutamente ridicolo. È a cavallo fra tanti mondi diversi, il suo stile è l’intersezione tra Grande, Gaga, Grimes e Nicki, come se l’ultimo alter ego di Minaj, Roman, fosse diventato un essere umano vero e proprio. Non è un caso che Nicki venga citata esplicitamente alla fine di Get Into It (Yuh). Come le quattro artiste citate poco sopra, Doja Cat è camaleontica. Prima apre il disco con Woman, una traccia afrobeat scritta con Jidenna che interpreta con entusiasmo. Poi è altrettanto a suo agio in Imagine, dove ricorda lo stile di Travis Scott. Doja Cat attraversa un oceano di suoni diversi senza battere ciglio, ha una personalità talmente grande che affogare è impossibile.

Nonostante questo sia il suo terzo album, Planet Her sembra quasi un debutto. Se nei primi due LP Doja Cat era un’outsider del pop, un’artista che viveva in un mondo tutto suo, ora è la ragazza più cool della scuola. Speriamo che continui a usare i suoi poteri per rendere il pop ancora più strano ed eccitante.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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