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Sebadoh: “Act Surprised” ha sul serio sorpreso molti

Finalmente un ritorno all'indie rock primitivo per il terzetto fondato da Lou Barlow dei Dinosaur Jr. nel 1986, con la sfrontatezza di chi non deve dimostrare più un bel niente a nessuno.

Sebadoh's Act Surprised comes out May 24.

Da principio si resta spiazzati: il terzetto fondato dal bassista dei Dinosaur Jr. Lou Barlow nel 1986 in Massachusetts, è ancora qui. Sono passati così tanti di quegli anni dalla sua ultima apparizione in veste ufficiale, sei da Defend Yourself e ben venti da The Sebadoh, che era più facile oramai darli per dispersi se non direttamente trapassati.

In realtà, l’apparente infinita produzione di singoli, CDr ed EP da parte della band di Northampton non è mai cessata (superando così la trentina di titoli in trent’anni) ma purtroppo solo in pochi (pochissimi) affezionati sono rimasti ad accorgersi di queste uscite ingiustamente considerate minori – il Secret EP del 2012 e Goodbye L.A. del 2015 sono in tal senso dei veri gioielli. Così questo Act Surprised ha sul serio sorpreso molti. Non solo chi, in fondo, non si sa bene come e quando, se lo aspettava ma anche tutti gli altri, compresi quei giornali di un certo spessore che solitamente non perderebbero cinque minuti del loro tempo per un disco uscito per la misconosciuta Dangerbird Records. Motivo di un interesse simile crediamo sia imputabile a quella inalterata eccentricità del progetto Sebadoh in sé stesso.

Al pari della riluttanza dei Fugazi a ripetersi, c’è solo la capacità di Lou Barlow e soci di non dare nulla per scontato. Nella traccia d’inizio del precedente lavoro, I Will, si sentivano i versi “Things have changed, no longer need to be with you” che lasciavano intuire con ironia il difficile rapporto tra una qualsiasi band e i propri fan (e viceversa), oramai ben distanti da quella “comfort-zone” indie di metà anni Novanta (garantita a entrambi quasi a prescindere).

Act Surprised allora si mette in gioco con quel tipico azzardo di chi non ha niente da perdere ma anche con la sfrontatezza di chi non deve dimostrare più un bel nulla a nessuno. All’interno ci trovate quasi tutto: in maggioranza sono cavalcate più (Raging River, Act Surprised) o meno (See Saw) imperdibili ma ci sono anche robe che fanno immaginare i Nirvana dentro un garage travestiti da Hellacopters che rifanno Toys And Flavors (Phantom) e altre che ci svelano un sotteso amore post-punk (Sunshine) di Lou, sono presenti parecchi cambi di tempo e di umore, idee che affondano nella canzone indipendente più frizzante (Follow The Breath, Vacation) o del lo-fi tout court (Belief) ma attingono anche dall’amore per le melodiche ballate acustiche mai svenevoli di Goodnight Unknown (il disco solista di Barlow del 2009) e contemporaneamente pure dai barocchismi pop di fine millennio (la sorprendente Fool ma non solo); sono presenti episodi per sola elettricità come la tesissima Medicate e altri momenti più compositi che rievocano lo spettro dei grandissimi Husker Du (Create The Void, Follow The Breath).

Ci si può ritrovare ad annusare la stessa aria dei primi R.E.M., degli Smog o dei Meat Puppets, tutti nomi che tornano in mente in vari punti dell’ascolto ma senza per questo fare perdere un grammo di personalità ai Sebadoh. Si tratta di sentori, di umori, che ben si distanziano sia dal tributo che dal plagio. Anche se i bei tempi andati sono, ineluttabilmente andati, Act Surprised resta gradevolissimo da ascoltare. E’ un disco di indie-rock primitivo e alla vecchia (quarantacinque minuti e passa la paura) e al contempo progressivo, un disco d’altri tempi suonato però con una sensibilità squisitamente, e inevitabilmente, “post” e quindi ben lungi dagli sbrodolamenti autoreferenziali fini a sé stessi ma anche dalle pretensiosità con cui certi artisti hanno tentato invano di passare alla storia facendo il passo più lungo della gamba. Che alle radici di Act Surprised ci sarebbero potute essere, oltre al grunge, altre basi si intuiva già ai tempi delle altre due creature di Barlow, dai Sentridoh ai Folk Implosion, passando per i suoi lavori solisti e le cento altre collaborazioni, ma che saremmo arrivati a questo punto qui non era poi così immaginabile. E ci siamo arrivati con un lavoro così onesto e intenso da sorprendere qualsiasi ascoltatore medio che sia convinto che non ci sia vita oltre il grunge-sound dei 90’s, vuoi perché in fondo non esiste e vuoi perché chi lo ha creato assai di rado e miseramente è riuscito a distanziarsene con profitto.

Per quanto se ne stiano in disparte e non urlino per avere la vostra attenzione, per quanto siano sempre all’apparenza semplici e immediati, per quanto siano sempre sottilmente acuti e persino psicanalitici nei testi anche senza avere un cantante con manie autodistruttive, i Sabadoh restano tra le ultime realtà di quell’epoca a essere ancora valide e in divenire. Bentornati.

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