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Se vi piacciono i Radiohead e Florence, dovete ascoltare i Pumarosa

Dopo la battaglia contro il cancro della cantante Isabel Muñoz-Newsome, con il nuovo album ‘Devastation’ è tornata una delle band più interessanti in circolazione

Pumarosa

Foto press

I Pumarosa sono una band difficile da collocare, sia nel panorama musicale contemporaneo che in un genere sonoro specifico e ben definito. Solo per questo, meriterebbero un po’ di attenzione, ma anche perché in UK hanno avuto un successo enorme e sono considerati a pieno titolo una delle band indie più interessanti in circolazione, che però, in quanto tale, ha mantenuto una dimensione relativamente piccola. Proprio per questo potreste tranquillamente non averne mai sentito parlare, oppure conoscerli a menadito. In entrambi i casi, l’uscita di un loro nuovo album è un’ottima notizia, si tratta della tipica soluzione win-win, tanto per usare un’espressione cara agli esperti di marketing.

Il paradosso continua, perché Devastation è solo il secondo album dei Pumarosa, che a tutti gli effetti sono in giro da una manciata di anni – il sorprendente esordio The Witch risale al 2017 – ma, per le stesse ragioni di cui sopra, sembrano già dei veterani affermati per i fan della prima ora, oppure dei pivelli esordienti per chi li scopre ora. In effetti questo secondo capitolo della loro discografia ha tutte le sembianze dell’esordio, visto lo stravolgimento del sound d’origine, passato da un classico indie-pop dominato dalle chitarre che con una massiccia iniezione di synth e beat, ora è un po’ più difficile da collocare, appunto.

I due riferimenti autorevoli, evidenti sin dal primo ascolto, fanno quasi paura solo a scriverli e sono: Radiohead e Patti Smith, naturalmente con le dovute proporzioni. Per quanto riguarda i Radiohead, si capisce facilmente che fanno parte della scuola di formazione del gruppo, da cui hanno appreso la lezione più encomiabile: ogni canzone è ambiziosa, nella forma e nella sostanza non viene mai abbandonata al caso o presa sotto gamba. Non ci sono riempitivi, vengono evitati il più possibile passaggi banali o scontati, anche perché sennò tanto vale non metterceli proprio, infatti tutti e undici i pezzi dell’album sono in qualche modo degni di nota.

Restando sull’influenza della band di Oxford, con un po’ di manica larga si trovano riferimenti – mai troppo espliciti, sarebbe un suicidio – nel sound e nelle percussioni di brani come I Can Change o Factory. Di Patti Smith invece, a differenza del passato in cui anche il timbro della voce sembrava un continuo tributo, oggi la cantante Isabel Muñoz-Newsome trasuda soprattutto il carisma e l’immaginario poetico. Prima i riferimenti esoterici e filosofici andavano per la maggiore, oggi l’ispirazione della cantante si concentra soprattutto su una profonda analisi del senso e della gioia della vita, sebbene non priva di sofferenze e paure terrificanti, anzi senso e gioia ritrovate proprio a causa di sofferenze e paure terrificanti per fortuna superate: dopo una settimana dall’uscita di The Witch le è stato diagnosticato un cancro che ha influenzato fortemente la sua scrittura e il rapporto con il suo corpo, tra le altre cose, così come le dinamiche interne del gruppo ritrovatosi a gestire contemporaneamente un successo improvviso, un tour e una malattia di tale portata.

Isabel ha dovuto attingere a risorse di resilienza che per prima non poteva immaginare di possedere, il risultato artistico di tutto questo è un disco maturo, schietto, ricco di significato. I see you e Virtue sono due dei pezzi più emblematici da questo punto di vista, in cui la performance della cantante raggiunge un picco di sensualità, passione e ruvidezza davvero rilevanti, ma come abbiamo già detto, non ci sono pezzi banali e, soprattutto, c’è tutto un ecosistema di sound da esplorare: Into the Woods è la sintesi tra un pezzo grunge e il trip-hop dei Portishead più caustici, e certamente l’ologramma di Beth Gibbons appare qua e là anche in altri brani come la ritmata I Am Lost, almeno per quanto riguarda la prima parte, visto che è un pezzo di otto minuti diviso in almeno tre frammenti totalmente diversi.

Non abbiamo ancora svelato un aspetto fondamentale: il disco è prodotto da John Congleton che di recente ha messo le mani sui lavori di St. Vincent e degli Swans con non poco successo. Inoltre il basso è suonato da Justin Chanchellor dei Tool, due ingerenze che hanno arricchito a dir poco la qualità del suono della band, come messo in chiaro da subito con il singolo Fall Apart ma anche in Adam’s Song o in Heaven il pezzo più dance del disco, che a un certo punto si lancia anche in un arpeggio davvero troppo simile al riff della hittona Smalltown Boy di Bronski Beat, troppo esplicito per non essere volutamente una citazione.

I Pumarosa oscillano con leggiadria tra riferimenti anni synth-pop anni ’80 e alternative rock anni ’90, eppure mantengono anche una natura dichiaratamente pop che li rende l’anello di congiunzione tra i Florence and The Machine e i Garbage per esempio, oppure tra una band da one shot con i Gossip (quelli di Standing on the Way of Control) o un progetto di nicchia come i Bosnian Rainbows del chitarrista Omar Rodriguez-Lopez (Mars Volta) e Teri Gender Bender, restando nell’ambito di personalità femminili di origini ispaniche. Insomma, l’abbiamo mandata fin troppo per le lunghe, siete ancora in tempo per scoprire una band e vantarvene prima degli altri, perché i Pumarosa appartengono già al presente, ma soprattutto al futuro.

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