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Se vi è mancato l’Eurovision, quest’anno ci pensa Will Ferrell

In 'Eurovision Song Contest – La storia dei Fire Saga', il comico e Rachel McAdams sono un duo pop islandese, tra numeri esagerati e follie camp. Ma Ferrell è troppo fan dello show per andare fino in fondo

Will Ferrell e Rachel McAdams

Foto: John Wilson/Netflix

Chi non vorrebbe spazzare via la tristezza da pandemia con una spassosa e sfacciatamente stupida farsa con Will Ferrell? Le aspettative su Eurovision Song Contest – La storia dei Fire Saga, titolo anch’esso stupidamente lungo, erano molto alte. Ferrell stavolta ha il ruolo del non troppo sveglio Lars Erickssong, cantante pop islandese il cui sogno è lasciare il villaggio di pescatori di Húsavík e vincere l’Eurovision. L’Eurovision Song Contest, creato dall’European Broadcasting Union, dà a concorrenti provenienti da più di 40 Paesi la possibilità di gareggiare con una canzone originale di fronte a un pubblico di 20.000 persone dal vivo, e di circa 200 milioni di telespettatori collegati da tutto il mondo. Tra i vincitori passati ci sono gli ABBA, Lulu e Céline Dion. Il festival si tiene ogni anno in una città diversa dal 1956, finché il Covid non ha stoppato l’edizione 2020, prevista a Rotterdam. Niente paura. Will Ferrell, grande fan della manifestazione, viene in soccorso con un film che riflette tutto il suo amore per ogni singolo dettaglio dell’Eurovision.

E proprio questo è il problema. Al contempo attore, produttore e co-sceneggiatore, Ferrell è troppo di parte nei confronti dello show per mettere in campo tutta la follia comica che questa storia richiederebbe. Con la complicità di David Dobkin (già regista di 2 single a nozze), Ferrell lascia che il film scivoli troppo sul versante sentimentale, straripando oltre le due ore di durata con continue ripetizioni che finiscono per annullare tutto l’umorismo kitsch. Ma c’è una buona notizia: prima che il film s’afflosci nella seconda metà, Eurovision Song Contest è tutto sommato piuttosto divertente. Ferrell in versione nordica – con parrucca, stivali e accento d’ordinanza – è un bambinone perfetto. Il suo Lars si è ritrovato a fare il parcheggiatore nel suo paesello e a vivere all’ombra del padre, il pescatore più figo di Húsavík, interpretato dall’eterno James Bond Pierce Brosnan.

È solo sul palco di un club locale che viene fuori la sua anima di cantautore: Lars è la metà del duo Fire Saga, di cui fa parte anche la Sigrit Ericksdottir di Rachel McAdams. Nei panni della timida ragazza che ama l’inconsapevole Lars da quando erano bambini, McAdams – già nel cast di 2 single a nozze – regala al film la sua anima più tenera. Tranne quando la sua Sigrid canta (con l’incredibile voce della popstar svedese Molly Sandén): in quei momenti stenderebbe chiunque. Lars e Sigrit muoiono dalla voglia di far sentire a tutti i loro pezzi originali, ma gli spettatori locali vogliono solo seguirli sui coretti di Jaja Ding Dong, un motivetto molto orecchiabile che cattura tutta l’incantevole stupidità dell’Eurovision nella sua essenza.

Per il resto, c’è una trama – anzi: pagine e pagine di trama – che vede Lars e Sigrid entrare tra i finalisti islandesi dell’Eurovision, ma senza alcuna possibilità di vittoria: Katiana, a cui dà volto la due volte nominata ai Grammy Demi Lovato, è il cavallo vincente. Serve un’esplosione à la Zoolander (questa volta durante un party su uno yacht) per eliminare tutti gli altri rivali e aprire la strada ai Fire Saga. Il banchiere locale Victor Karlosson (Mikael Persbrandt) è preoccupato all’idea che qualunque islandese possa vincere il festival: ospitare l’evento l’anno successivo, come prevede lo statuto, porterebbe il Paese in bancarotta. Capito come andrà a finire? Ci si comincia però a divertire, guardando Lars alle prese col suo numero spettacolare sulle note di Double Trouble, con tanto di macchina del vento, una ruota da criceto gigante, e così tante altre diavolerie che la stessa Sigrit rischia di strozzarsi con la sciarpa del suo abito di scena. L’idea peggiore? Quando il regista pensa bene di riprendere le performance di altri dieci Paesi, per farci sentire la portata della gara. È da questo momento che l’elio pompato da Ferrell e McAdams, che aveva fatto volare il film come un palloncino, comincia a venire meno.

Dan Stevens. Foto: Netflix

Con un’unica eccezione: a farvi esplodere il cervello basta l’ingresso in scena di Dan Stevens, esempio di raffinatezza British ai tempi di Downton Abbey che qua prende tutt’altra strada, impersonando l’eccentrico concorrente russo Alexander Lemtov. Con la sua acconciatura alla George Michael, i passi di danza esagerati e i pantaloni troppo stretti, Lemtov porta in scena il suo circo sexy. E Stevens lo interpreta in modo così sfrenato da raggiungere vette di narcisismo finora inesplorate (persino al vero Eurovision). Nel suo numero Lion of Love, questo pavone russo urla in stile rock-opera (a doppiarlo c’è ​Erik Mjönes) in mezzo a ballerini mezzi nudi, e sfoggia un’aria di auto-adulazione che ipnotizza la platea. Per Ferrell e McAdams è pressoché impossibile superare i fuochi d’artificio camp di Stevens, dunque i loro Lars e Sigrit si abbandonano a sviluppi romance che restano però troppo tiepidi per mettere a segno un vero “jaja ding dong”. Mentre la storia dei Fire Saga non va da nessuna parte, il vero Eurovision Song Contest tornerà con un’altra delle sue pacchianissime edizioni. Sarà bene non perdersela.

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