Secret Sisters, la recensione di 'Saturn Return' | Rolling Stone Italia
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Se non conoscete le Secret Sisters vi perdete un pezzo di Americana

In equilibrio fra oscurità gotica e salvezza religiosa, ‘Saturn Return’ è il capolavoro strano e commovente di chi ha trovato la sua strada con fatica. Produce Brandi Carlile

Le Secret Sisters

Foto: Alysse Gafkjen

Il quarto album delle Secret Sisters è il capolavoro country-soul che il duo dell’Alabama ci aveva fatto finora solo intravedere. Le sorelle Laura e Lydia Rogers sono sulla scena dal 2010, hanno realizzato dischi solidi con produttori di alto livello (T Bone Burnett, Dave Cobb) e hanno prestato le loro armonie vocali tipiche delle chiese del sud a leggende come Willie Nelson e Elvis Costello. Nel 2017 hanno ingaggiato Brandi Carlile per co-produrre il terzo album You Don’t Owe Me Anymore. La cantautrice le ha aiutate a salire di livello, costruendo una collezione di canzoni dedicate a come superare i momenti difficili della vita, tutte cantate con intimità e tenerezza.

Carlile è tornata a collaborare con il duo per Saturn Return, un disco semplice, meraviglioso, suonato con empatia. “È la parata di chi sboccia in ritardo”, hanno detto per presentare il singolo Late Bloomer, una canzone che è un po’ il punto d’incontro fra Elton John e Dusty Springfield. È un raro esempio di pubblicità veritiera.

Brandi Carlile e il pianoforte di Jacob Hoffman aggiungono calore e completano le acrobazie vocali delle Rogers. Il duo, però, non addolcisce neanche una parola dei testi che raccontano le difficoltà di una carriera: “It ain’t glamour, it ain’t fortune”, cantano all’unisono in Nowhere, Baby. Le loro voci non sono mai sembrate così a loro agio come in quest’album: per la prima volta cantano da sole e si uniscono in cori meravigliosi solo nei ritornelli.

L’album, inoltre, testimonia il melting pot di influenze caratteristico della loro città, Muscle Shoals, dagli inni come Tin Can Angel e Hold You Dear fino al noir-folk alla Joan Baez di Fair. Le Secret Sisters onorano i suoni della tradizione e allo stesso tempo ci giocano: Silver sembra una ballata inglese del 17esimo secolo e racconta la storia di una donna che si accorge di invecchiare, ma quello che sembra un lamento si trasforma in un brano roots rock che sfida lo stigma della vecchiaia.

La musica delle Sisters è sempre stata percorsa da una tensione sotterranea tra oscurità gotica e salvezza religiosa. Qui sembra che la tensione possa esplodere definitivamente, mentre il duo alterna rabbia blues (Cabin, ispirata alle audizioni di Brett Kavanaugh) e pastiche rétro pop (Hand Over My Heart).

La naturalezza con cui le Secret Sisters articolano le loro ambizioni musicali fa di Saturn Return uno dei migliori dischi country pubblicati negli ultimi anni, un’uscita al livello di Jason Isbell e Pistol Annies. Laura e Lydia Rogers hanno trovato la loro strada con fatica, ma è valsa la pena aspettare. Oppure, per usare direttamente le loro parole: “Non importa quando sbocci, l’importante è che tu lo faccia”.

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