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Santana — Santana IV

Leggi la nostra recensione del disco di Santana su Rollingstone.it
3 / 5

Quando a Woodstock ’94 hanno chiesto a Carlos Santana cosa ricordasse del raduno del 1969, lui rispose: «Niente. Ero fatto di mescalina». Aneddoto che dice tutto di questo figlio di un musicista mariachi del Jalisco diventato leggenda psichedelica a San Francisco, e spiega anche il senso delle sue ultime avventure discografiche: superato dalla storia, ma inattaccabile nel suo territorio di confine in cui convivono rock, blues e salsa (e benedetto da un tocco divino sulla Gibson), Santana vuole recuperare la memoria tornando indietro nel tempo.

Nel 2015 ha fatto il suo unico album in spagnolo, Corazòn e un tour con un amico dei tempi in cui suonava in strada a San Francisco, Phil Lesh, ora ha riunito la band che gli ha dato la gloria nel suo disco fondamentale, Santana III, n.1 in America nel 1971. Il fuoco latin-rock non sarebbe esploso senza Gregg Rolie, Neal Schon, Michael Carabello e Mike Shrieve, Santana lo sa e dopo 45 anni li richiama tutti, aggiungendo un’altra leggenda, Ronald Isley degli Isley Brothers. Santana IV è il disco che la superband avrebbe fatto se tutti non avessero preso strade diverse (Rollie e Schon nei Journey, Santana con la contaminazione jazz di Caravanserrai) e ha tutto quello che serve per farci dimenticare di essere nel 2016. 16 pezzi suonati da una band che rivendica il suo repertorio, dalla jam etnica di Yambu al jazz di Fillmore East, dal pezzo romantico (Suenos) al finale mistico (Forgiveness). Nel 1967, dopo un’audizione, a Santana dissero che faceva meglio a tenersi il lavoro da lavapiatti al Tick Tock Drive-In. Ventitrè album dopo, eccolo con un disco fuori dal tempo, ma irresistibile.

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